Soviet Ladies

Intervista esclusiva
ai
SOVIET LADIES

Cos’è per voi la musica: quando e come è nata quest’urgenza di suonare e come cresce ed evolve con voi
Per noi la musica è una forma di espressione che consente di creare qualcosa di immateriale, quindi vincolato soltanto dalle nostre capacità (in primis quella dell’ immaginazione). Veniamo da percorsi musicali differenti, qualcuno di noi ha avuto un’ infanzia punk, altri in passato sono stati più vicini al rock italiano o all’indie inglese, ma, suonando insieme, puntiamo a creare una sintesi che vada al di là e non si preoccupi troppo di essere coerente con i nostri background di appartenenza.
Ci pare che SOVIET sia un concetto fondamentale per voi, ci potreste illustrare come mai?
Soviet, più che un concetto, richiama un immaginario che ci piaceva molto quando ci siamo formati la prima volta, nel 2006. Quello che avevamo in mente non erano tanto i piani quinquennali o la Glasnost, ma la declinazione pop del termine, un mix tra l’estetica da realismo socialista e personaggi come Ivan Drago o Danko. In fin dei conti, i primi pezzi che ci venivano fuori erano un po’ new wave e un po’ glam, per cui abbiamo aggiunto il termine “Ladies” per effeminare il tutto e giocare sull’ambiguità. Nulla di particolarmente figo o originale quindi, ma eravamo ancora piuttosto giovani. Quando abbiamo registrato il nostro primo demo autoprodotto, lo abbiamo fatto in una cantina umida che era un po’ il nostro covo e che chiamavamo scherzosamente “Soviet Studio” da cui nasce lo studio ‘Dischi Soviet’.
Cosa accomuna un sound tipicamente inglese, i CYBORG e i Sovietici?
Proprio nulla! Non sapremmo dire se il nostro sound è tipicamente inglese, in ogni caso sentiamo poca affinità con quello che esce dalla GB negli ultimi dieci anni. Molto più interessanti le scene di altri paesi europei, del Nord America o dell’Oceania. Poi cose britanniche un po’ vecchiotte che hanno segnato il nostro percorso musicale probabilmente traspariranno. Questo è quanto sentiamo noi, poi sai, autodefinirsi è un esercizio da tromboni convintoni a cui preferiamo sottrarci! Rispetto al brano “Cyberia”: i Cyborg li abbiamo tirati dentro pensando all’homo technologicus e alla realtà come frutto dell’accoppiamento strutturale uomo-società-computer…in realtà è solo che i titoli delle canzoni a volte li spariamo un po’ per divertirci. Cyberia ci sembra un titolo davvero tarro.
Come nasce un vostro brano: testo, melodia, arrangiamenti
Di solito qualcuno viene in saletta con un’idea più o meno strutturata, che poi viene rielaborata durante le prove. All’inizio, quando ci siamo riformati, abbiamo iniziato a lavorare su pezzi vecchi, puntando a sistemarli per farne un album. Poi abbiamo chiaramente trovato molto più eccitante ripartire da zero e, nel disco in uscita, a parte un paio di oldies, ci saranno solo novità.
I testi sono scritti dal cantante e dal bassista. Nessuna velleità da premio Nobel, eh…
Quali sono i luoghi, le situazioni, in cui preferite esibirvi, ci sono date in programma nei prossimi mesi?
Guarda, vista la penuria di posti che permettono a band non-replicanti di suonare, non è che possiamo fare tanto i preziosi. Ci piacciono però i posti che hanno una loro precisa identità, in cui immaginiamo ci sia un pubblico disposto ad ascoltarci o che almeno non è lì perché spera di bissare quel seratone in cui ha visto suonare la cover band dei Radiosboro (massimo rispetto per i Radiosboro originali eh). Ci piacerebbe anche provare a suonare all’estero, per vedere l’effetto che fa. Ora ci stiamo concentrando sulle ultime limature dell’album, ci siamo imposti di finire per marzo. Poi inizieremo con i live.
Chi dovete ringraziare per avervi fatto diventare quello che siete?
Dobbiamo ringraziare la mamma e il papà che ci hanno preso gli strumenti quando eravamo piccolini, ma anche noi stessi che quella volta lì abbiamo preferito la musica al judo o agli Scout. Per questa seconda edizione dei Soviet Ladies dobbiamo ringraziare il chitarrista Matteo,  che ha avuto il coraggio durante una cena, a casa del bassista Luca, di buttare lì l’idea di ritrovarsi per fare una suonata (abbattendo un po’ di ghiaccio) e che ha messo a disposizione dal Dischi Soviet Studio per la produzione di un disco.
Che rapporti avete con il panorama musicale underground italiano attuale.
Il panorama underground italiano negli ultimi anni ha fatto passi da gigante, anche se sarebbe bello non parlare più di “panorama italiano”, ma piuttosto di una serie di band nate in Italia che, come tutti i colleghi di altri paesi, non si pongono limiti e cercano di misurarsi con quanto viene prodotto anche fuori, senza fossilizzarsi sulla “scena” o sul proverbiale orticello. Molte band italiane coraggiosamente già lo fanno e loro sono l’esempio da seguire.
Un vostro punto debole, un vostro punto forte
Un nostro punto debole è la lentezza: a volte siamo un po’ dispersivi, per tutta una serie di ragioni, e ci mettiamo un po’ per mettere il punto su quello che facciamo. Un punto forte è che ascoltiamo molta musica e che quello che faremo l’ anno prossimo quasi sicuramente non sarà uguale a quanto abbiamo già prodotto.

 

 

 

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