ROPSTEN

Intervista esclusiva
ai
ROPSTEN

Chi eravate prima di diventare ‘Ropsten’. Raccontateci il vostro percorso musicale.
Simone: Ho iniziato suonando la chitarra nella band crossover-nu metal Shake Before Use. Durante questo periodo sono entrato a far parte di altre formazioni che ruotavano attorno al circuito musicale locale tra le quali i Dirty Drowning Men, hardcore punk, e una band rock sperimentale, i Trial, dalle cui ceneri si sarebbe formato il primo nucleo dei Ropsten.

Claudio: Nacqui a Valdobbiadene nel lontano ’84, alle medie iniziai a strimpellare la chitarra e a formare le prime band con gli amici, rigorosamente cover band di Ligabue...nei primi anni delle superiori la svolta, dopo aver consumato ‘Ok computer’ in cassetta, con l’aiuto di alcuni amici, compreso Michele il primo batterista e cofondatore dei Ropsten, formammo finalmente una band con un repertorio originale che spaziava dal grunge al trip hop. Come spesso avviene dalle ceneri di questo progetto e di altri della stessa sala prove nasceranno i Ropsten.

Leonardo: Ho suonato per qualche anno in una band indie-rock, Milk ‘n Petrol, poi diventati Gli Uomini Normali, e in due band blues (Trirex e Toast Band). Con tutte e tre le formazioni facevamo sia cover che musica nostra. Sono entrato nei Ropsten nel 2010 per sostituire il bassista precedente, Andrea, spostatosi in un’altra città per motivi di studio.

Cosa significa ‘Ropsten’ e perché avete scelto questo nome?
Ropsten è un luogo realmente esistente, si trova a nord-est di Stoccolma, sullo stretto di Lilla Värtan. Prima della costruzione dell’attuale ponte le persone che dovevano attraversare lo stretto erano costrette a chiamare a voce un battello e lo facevano sedendosi su una pietra. Il nome Ropsten significa proprio “Pietra che grida”.
Michele, fondatore e forzatamente ex batterista del gruppo, era in viaggio a Stoccolma ed è rimasto molto colpito dal luogo, dalle sensazioni che questo evoca e dalle sue temperature rigide.

Come mai tre ragazzi del bacino mediterraneo scelgono sonorità tipicamente nord europee? C’è un legame particolare tra voi e quelle terre?
Spesso nella nostra biografia scriviamo semplicemente “Ropsten è un posto freddo”: vogliamo stimolare nell’ascoltatore la curiosità di conoscere le origini del nome e della musica, legata a livello di ascolti e background sonoro (ma non sempre ispirata al momento della composizione) alle sonorità nord europee entrate ormai nell’immaginario collettivo. Per fare un esempio: abbiamo ascoltato un sacco band tradizionalmente post-rock come Sigur Ròs e Mùm ma, quando dobbiamo scrivere una canzone o citare delle influenze determinanti, raramente tiriamo in ballo queste due band. Ci sentiamo forse più legati alle sonorità della Gran Bretagna, comunque un luogo freddo e grigio.

Descrivete meglio la vostra musica, come nascono i vostri brani? L’assenza del cantato è una scelta stilistica o un ripiego?
Solitamente i brani nascono da più idee, spesso tantissime, che vengono messe insieme nel corso di jam session alla fine delle quali togliamo le parti che non suonano bene o rendono la canzone troppo complicata. L’assenza del cantato è una scelta stilistica, anche se per un periodo siamo stati alla ricerca di una voce femminile. Non crediamo che chi fa il nostro genere debba per forza escludere la voce, anzi, però ci piace molto esplorare le sfumature degli strumenti: spesso le parti non cantate vengono compensate con le melodie delle chitarre, non rimangono degli spazi vuoti.

Come suggerisce il dizionario ‘Angst’, titolo del brano inserito nella seconda compilation di S&V, è un termine introdotto nella lingua inglese di origine tedesca o, nord europea, per indicare “paura” o “ansia”, è questa l’immagine che volevate evocare?
A quali altre immagini rimandano i brani inseriti nell’album “Fault”?
Sì, l’idea dietro ad ‘Angst’ è proprio quella dell’ansia: sia la musica che il video (attualmente in fase di preparazione) cercano di evocare questa sensazione.
In generale i brani dell’album cercano di accompagnare l’ascoltatore attraverso un viaggio non molto tranquillo che parte velocemente (‘Insanity sauce’), rallenta e prende fiato nella parte centrale (da ‘Angst’ a ‘Cellar door‘) per poi riprendere uno slancio temporaneo in ‘Kraut parade’ e concludere ancora lentamente con ‘Typo’. L’idea era quella di rappresentare i diversi stati d’animo di una persona perennemente combattuta tra vari sentimenti.

Se voi foste spettatori di voi stessi come vi vedreste dal vivo?
Non molto comunicativi dal punto di vista verbale, quasi sempre con la testa bassa, concentrati. “Shoegaze”, se vogliamo.

 In che tipo di contesto preferite esibirvi live?
Ci piacciono molto i live in club medio/piccoli e scuri, con un impianto pieno di bassi, dove ci sia la possibilità di proiettare delle immagini. Ci piace essere allo stesso livello degli spettatori, non troppo alti, e provare a coinvolgerli emozionalmente nella nostra esibizione. Le immagini in questo senso aiutano molto.

Progetti e/o cambiamenti in cantiere?
Stiamo cercando un batterista: dopo tre anni di batterie elettroniche abbiamo sentito la necessità di tornare alle vecchie abitudini. Insieme a questo nuovo componente inizieremo a scrivere nuovi pezzi.

Un vostro punto debole, un vostro punto forte
A volte siamo un po’ “cazzoni” e siamo stati sfortunati in alcuni momenti rilevanti. Se siamo ispirati riusciamo a comporre con grande unità d’intenti e in poco tempo; ci conosciamo bene e ognuno rispetta gli spazi degli altri.

 

 

 

 

 

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