Opificio del Dubbio

Intervista esclusiva
agli
Opificio Del Dubbio

Cos’è per voi la musica: quando e come è nata quest’urgenza di suonare e come cresce ed evolve con voi. Raccontateci la vostra esperienza
Partiamo subito con le domande semplici!
Alcuni di noi si conoscevano perchè coinvolti in un precedente progetto musicale di cover irish punk. Sciolto quel gruppo, i quattro rimasti hanno passato 10 mesi a far provini a batteristi e cantanti per arrivare a scovare Simone prima, e Riccardo poi.
Tutti avevamo già suonato in altri gruppi, ma nessuno aveva mai provato a “metter su” un repertorio di canzoni proprie da zero. Siamo partiti da un po’ di materiale già pronto e abbiamo iniziato a tirar fuori le unghie, credendo in questo progetto, che sappiamo essere una scommessa.
Si tratta comunque di un percorso in continua evoluzione: in questo momento siamo qui, siamo l’Opificio del Dubbio, qualche tempo fa eravamo qualcosa di diverso e magari la prossima volta che ci incontriamo saremo qualcosa di ancora differente. Una cosa è certa però: non smetteremo mai di suonare o di scrivere o di raccontarci.
Questa esigenza nasce principalmente dalla voglia di comunicare qualcosa che sentiamo dentro e che non possiamo fare a meno di esternare attraverso la musica, mezzo potentissimo e diretto.
Ci piace suonare, ci piace comporre, non ci piacciono le maschere e nemmeno “fare le cose semplici”: da qui è nato l’Opificio del Dubbio, che ha deciso prima di registrare e poi di farsi conoscere. Questo azzardo ci ha permesso di conoscerci meglio, come persone e come musicisti, e soprattutto ad interiorizzare meglio le nostre canzoni. Suonarle in sala prove è una cosa. Prenderle, spogliarle, vederne tutti i difetti, cambiarle, ricostruirle e perfezionarle una ad una in studio, è un’altra faccenda.

Fabbricate Dubbi e cercate certezze, oppure la vera libertà sta nell’opinare?
La vera libertà sta nell’opinare, più che altro nella possibilità di farlo, ma tutti noi cerchiamo delle certezze nella vita e non crediamo che questo ci faccia sentire meno liberi.
Per quanto riguarda il “fabbricare dubbi”, ognuno di noi dovrebbe farlo: creare il dubbio, mettere in discussione qualsiasi cosa e soprattutto sè stessi è l’atteggiamento fondamentale per crescere e per migliorare.
Nella scelta del nome del gruppo, volevamo qualcosa che rimanesse impresso e ci pare di esserci riusciti, ma al tempo stesso volevamo un nome che non si prendesse troppo sul serio. Si tratta di un gioco di parole su beneficio del dubbio e questo ci ha esposto ad una serie di divertenti storpiature da parte dei nostri amici, ma anche da parte di varie persone che incontriamo ai concerti: “Dentifricio del Dubbio”, “Panificio di Gubbio”, “Salumificio di Rubbio”, ecc…

Come nasce un vostro brano: testo, melodia, arrangiamenti.
Generalmente i nostri testi nascono da esperienze, persone incontrate, entrate a far parte della vita e che, nel bene o nel male, lasciano qualcosa come ricordo. Fisico e mentale. Altri nascono come sfogo naturale di sensazioni, emozioni, dolori e anche malattie. Scrivere un testo è il chiudersi del processo che porta a scoprire qualcosa che sta dentro di sé, e che si conosce solo in parte. Scrivere un testo è consapevolezza. Talvolta scrivendo un testo si ha il timore che qualcuno possa nascondersi dietro alle nostre emozioni e sensazioni, evitando la stessa ricerca interiore che ha permesso la nascita di quel testo. Ma è anche il desiderio, chissà, che un giorno qualcun altro riesca a farlo proprio.

Come nel caso di “Vento nella Gabbia”, descritta sotto, alcune canzoni vedono la nascita di musica e testo al contempo.
La musica di altri brani nasce invece indipendentemente dal testo. Questo significa lasciare che siano i propri pensieri e sensazioni ad indicare, non tanto che parole utilizzare per un buon testo, ma piuttosto come toccare le corde del proprio strumento. E’ semplicemente un altro modo di esprimere quel che si ha da dire, non con parole ma con musica. In questo caso i nostri strumenti cercano di comunicare una sensazione a chi ascolta e a chi di noi poi scriverà il testo, lasciandolo libero di interpretare.
Ad oggi ci troviamo al lavoro suarrow 10x10 INTERVIEW: OPIFICIO DEL DUBBIO brani nuovi. E’ una fase molto stimolante: stiamo provando a lavorare in gruppo alla stesura dei testi e nella composizione della musica. Scrivere a più mani ed a più teste è impegnativo; anche perchè il tempo che si dedica alla creazione di nuovi brani va ponderato a quello necessario per promuovere il disco appena uscito.

 Che “Vento sta Soffiando in questa Gabbia”? Parlateci un po’ del brano ‘Vento Nella Gabbia’ che verrà inserito in Sound&Vision Cd Project II
Risponde Stefano, che ha scritto sia il testo che la musica di questo brano.
“Vento nella Gabbia” parla della crescente consapevolezza di un’ansia che fa fatica a scaricarsi, di una rabbia riversata su se stessi che non riesce a ruggire, di una pigrizia intrinseca che disturba la naturale crescita interiore. C’è però in risposta la volontà di uscirne, l’esigenza di lottarci contro.
La canzone è principalmente rivolta a me stesso: in prima persona il sentimento cresce fino ad esplodere, in seconda persona c’è una risposta che sprona a reagire, quasi fosse la mia anima che non ce la fa più ad essere maltrattata ed emerge per risvegliarmi.
Nelle due strofe finali esplicito l’esortazione a reagire rivolta a tutti coloro che in generale si sentono oppressi, anche se nella mia intenzione l’insurrezione descritta rimane interiore.
La rabbia è quindi il sentimento predominante, una rabbia oppressa che è anticamera della depressione. Quest’emozione ha preso forma man mano che scrivevo la canzone ed in qualche modo la canzone stessa ne costituisce un rimedio. Suonarla e cantarla in parte lo è stato -la canzone ha 3 anni-e lo è ancora.”
Vento nella gabbia non è stata solo la prima canzone scritta da Stefano, ma è anche la prima che come gruppo abbiamo completato in sala prove, la prima che abbiamo iniziato ad incidere, e per un lungo periodo è stata anche la canzone senza aver suonato la quale non potevamo finire di provare: anche se eravamo stanchi o di fretta, c’era sempre tempo per un’ultima esecuzione di “Vento” che serviva a darci la carica.

”D’Istinto” è il titolo del vostro album.  C’è un filo conduttore che lega i 7  brani? L’artwork di copertina rispecchia la musica e le parole?
E’ il nostro primo disco. Voluto, studiato, sudato, lungamente curato prima che vedesse la luce.
Vi racconta chi siamo e lo racconta un po’ anche a noi. Ci specchia e ci accompagna con brani diversi tra loro per vari motivi. Non cantiamo solo l’amore, ma ci piace amare. “D’istinto” è un viaggio, un racconto, un insieme di grida. Corre veloce, quasi senza prendere fiato, rallenta sotto la pioggia e alla fine si ferma.
Questa è la descrizione che abbiamo scelto per “D’istinto”. Come avete capito, è un disco tutt’altro che frutto dell’istinto. Ci abbiamo messo quasi un anno a completarlo, da quando abbiamo iniziato ad incidere, al mixaggio, a quando abbiamo ultimato il lavoro sulle grafiche e finalmente lo abbiamo presentato il 27 dicembre scorso. Volevamo che ogni cosa si avvicinasse alla nostra idea di perfezione, ogni nota, ogni suono, ogni linea della copertina. Non sarà tutto perfetto, ma siamo molto soddisfatti del risultato.
I pezzi descrivono il percorso di consapevolezza di un ragazzo, più di uno a dire il vero, attraverso varie sfaccettature di sentimenti sia amorosi, che di rabbia, che di scoperta e maturazione.
Lo studio sulla copertina è stato altrettanto importante e sentito. L’idea di un volto di donna ci è venuta quasi automaticamente dato che in molte delle canzoni sono presenti figure femminili. Il cavo che esce dalla tempia collega direttamente la musica al cervello. Questa è la nostra ambizione: arrivare dritti alla gente, parlando un linguaggio immediatamente comprensibile.

Chi dovete ringraziare per avervi fatto diventare quello che siete?
Ci abbiamo riflettuto recentemente, in occasione dell’uscita del disco: abbiamo impiegato molto tempo a raggiungere un accordo rispetto ai ringraziamenti da scrivere nel libretto. Prima di tutto dobbiamo ringraziare le nostre famiglie che ci hanno sempre incoraggiato e sostenuto nelle nostre passioni, anche nella musica. Poi dobbiamo ringraziare amici, amiche e le nostre ragazze, che ci accompagnano nel percorso di crescita musicale e spesso sono la fonte di ispirazione per i nostri testi. E’ da loro che parte il primo incoraggiamento. Ringraziamo anche Giovanni Schiesaro per le registrazioni e mixaggio e Andrea Dalla Barba per tutto il lavoro grafico: senza di loro avremmo continuato a suonare in sala prove, senza riuscire a portare fuori tutto quello che riuscivamo a produrre.
E, infine, ci permettiamo anche di ringraziare noi stessi. Essere in sei in un gruppo porta alla creazione di alcune dinamiche particolari di “famiglia allargata” e di alcune situazioni che non sono per niente scontate. Anche solo accordarsi per poter fare prove diventa più complesso di quel che si crede. Quindi ci prendiamo queste due righe per ringraziarci, per la passione e la forza di volontà che mettiamo in questo progetto.

Che rapporti avete con il panorama musicale di oggi e con quali palchi avete più confidenza nell’esibirvi?
I palchi con cui abbiamo più confidenza sono quelli su cui non abbiamo ancora suonato (sorridono, NdR). L’album è appena uscito e come Opificio non siamo ancora (ri)usciti ancora molto a suonare in giro.
Come dice una canzone non ancora musicata – “inseguiresti mai un sogno sapendo che è dietro di te?” – il bello sta nel porsi continui obiettivi e rincorre quelli, non adagiarsi su conquiste già fatte. Non ci piace vivere di sogni, ma di consapevolezze: essere a conoscenza di quali sono le nostre potenzialità e essere consapevoli di quelle che dobbiamo ancora scoprire. Una sorta di maniacale controllo di se stessi.
Giriamo la domanda e ce ne facciamo una noi: “con quale pubblico avete più confidenza?”
Ecco, questa è una domanda facilissima a cui rispondere! Ci piace il pubblico attento, quello che ti ascolta veramente… il pubblico che ti critica. Come noi ci mettiamo la faccia facendo canzoni nostre e cantando in italiano, il pubblico che ci piace è quello che è lì davanti al palco per dedicare tempo alla musica mettendosi in gioco. Quello che vuole creare un legame, che abbia rispetto per le scelte che il gruppo ha fatto. Potrebbe anche non condividerle, ma le rispetta.

Un vostro punto debole, un vostro punto forte
Questi due punti coincidono, e sono la diversità tra di noi componenti. Abbiamo ascolti, influenze musicali e gusti diversi, oltre che diversi percorsi di formazione musicale che ciascuno di noi ha seguito: Giacomo è diplomato al conservatorio e ascoltava prevalentemente musica classica; Stefano è autodidatta e appassionato di folk irlandese; Luca ha frequentato lezioni di chitarra moderna e ascolta metal, eccetera.
Questa eterogeneità è una ricchezza se valorizzata, un potenziale, proprio per il nostro diverso modo di approcciarsi alla musica. Siamo motivati e ci crediamo. La difficoltà sta nel riuscire ad usare bene queste risorse. Infatti, ci mettiamo un’eternità per prendere qualsiasi decisione, anche la più semplice, e questo è un gran punto debole. Voi non avete idea di cosa sia stato rispondere a queste domande! Giorni di consulti, telefonate, chat e frasi scritte a dodici mani. Ma alla fine, il bello è anche questo.

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