glincolti

INTERVISTA ESCLUSIVA

A

GLINCOLTI

Chi eravate prima di diventare Glincolti. Raccontateci la vostra esperienza passata e presente.
Eravamo degli amici, che si trovavano spesso ai concerti della zona, dopo qualche anno che ci si trovava con sempre più frequenza, vedi i gusti musicali, vedi i capelli, abbiamo deciso di provare assieme una sera, e da li è nato tutto.

‘Glincolti’, nome, a nostro avviso, alquanto in contrasto con le vostre notevoli capacità musicali. Ironia, modestia o c’è un significato particolare per voi?
Beh credo che il nome voglia rappresentare la spontaneità con cui facciamo nascere la nostra musica. E’ sempre tutto molto istintivo e quasi “di getto”. Anche se è facile pensare a volte che sia musica cervellotica, è solo il nostro modo di raccontare le cose in musica: un pentolone di emozioni, che ci rovesciamo addosso a vicenda. Chiaramente c’è molto lavoro dietro agli arrangiamenti, ma le idee sono molto semplici di base. Penso sia una malattia molto comune tra i compositori pensare di dover fare qualcosa di non banale. Beh, noi non abbiamo questa malattia. Facciamo quello che ci viene, senza farci troppe domande.

 

Voi proponete solo musica strumentale come mai questa scelta stilistica?
All’inizio, nel 2007, la nostra non è stata una scelta, ci trovavamo per fare musica e stop, non c’era il cantante, chissenefrega, quello che ne usciva a noi pareva buono. Siamo andati avanti così fra di noi per un pezzo, quando poi sono arrivate delle proposte da parte di alcuni cantanti. Ne abbiamo provato diversi, rielaborando pezzi fatti o partendo da nuove idee, ma nessuno di quelli che si sono proposti rispecchiava la nostra idea di sound. Cercavamo e non escludiamo tutt’ora l’arrivo di un cantante, che pensi alla sua voce come a uno strumento, che conosca la musica, che si amalgami in un tutt’uno con il resto di noi… E così eccoci qua a suonare ancora pezzi strumentali… magari un giorno arriverà un cantante con il feeling giusto.

 

I vostri brani vogliono esprimere immagini e sensazioni personali, o sono frutto di jam session? Cosa volete suscitare nell’ascoltatore?
Entrambe le cose: quando c’è una linea guida ci affidiamo a quella per comporre, soprattutto quando c’è qualcuno di noi che in mente  ha un’idea ben chiara di che cosa vuol sentire. L’improvvisazione è comunque una parte fondamentale della nostra musica: capita di suonare ore intere improvvisando tutto, dalla struttura armonica, ai soli, al tema. Se in tutto questo flusso di coscienza ci piace particolarmente qualcosa, beh lo registriamo e poi ci lavoriamo sopra. L’ascoltatore spero possa condividere con noi il piacere che proviamo nel suonare i nostri pezzi, di provare delle sensazioni comuni alle nostre e, in generale, che percepisca l’entusiasmo che ci mettiamo.

 

I brani dal vivo sono proposti tali e quali alla registrazione o di volta in volta vengono reinventati durante il live?
Siamo molto flessibili tra di noi sul come ognuno decide di affrontare una prestazione live, diciamo che abbiamo parti  obbligate e altre parti dove sappiamo che si improvvisa. Di base dipende dal posto in cui si suona: a teatro porti fuori uno spettacolo ben collaudato, li l’improvvisazione è pochissima, con tempi di pausa molto stretti o addirittura assenti, con una scaletta preparata ad hoc. In un festival la scaletta la prepari prima ma fai dei salti al volo in base a come si muove il pubblico, e se la gente è la davanti a saltare le impro durano anche 10 minuti. Nel pub è tutto molto più intimo e dipende dal clima del locale, in quel caso la scaletta la facciamo 15 minuti prima e capita che qualche pezzo lo si rilegga in chiave diversa per atteggiarlo alla serata.

 

Avete mai pensato di utilizzare la vostra musica come colonna sonora?
Certo, se capiterà l’occasione ci piacerebbe metterci in gioco componendo qualcosa apposta per qualche film o anche per un breve cortometraggio.

 

Chi si occupa dell’artwork dei vostri album? C’è un legame tra il contenuto dell’album e l’immagine di copertina?
Dell’artwork si è sempre occupato Alessandro, essendo un po’ il suo lavoro. Le copertine sono sempre state delle “foto” del momento in cui ci trovavamo. Non parlano necessariamente delle canzoni ma più di noi come gruppo nel momento in cui completavamo l’album.

Se voi foste spettatori di voi stessi, come vi vedreste dal vivo?
Eleganti e affiatati , anche senza un cantante.

 

Un vostro punto debole, un vostro punto forte
Penso che il nostro punto debole possa essere la complessità musicale, in un mondo oggigiorno fatto di jingle. La maggior parte del pubblico non è infatti preparata ad un ascolto così variegato, e si aspetta un genere ben preciso. La domanda più gettonata a fine concerto è senza dubbio : ma che genere avete fatto? Credo che il tempo di classificare la musica in generi si finito e che si debba parlare di emozioni, specialmente in un’epoca di transizione come questa, dove tutto si mischia e dove tutto è in continua mutazione, dove la novità domani è già vecchia, dove il colpo di genio è tuo finchè non scopri che un mese prima dall’ altra parte del mondo a qualcun’altro è venuta la tua stessa idea. La cosa importante è come la si suona, come viene proposta, l’intensità, l’attitudine, la passione e l’energia che ci metti sopra un palco. Noi crediamo in quello che facciamo, e niente è più forte di qualcuno che crede in quello che fa.

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