INTERVIEW : DIPLOMATICS

DIPLOMATICS

INTERVISTA ESCLUSIVA
ai
DIPLOMATICS

Cos’è per voi  la musica: quando e come è nata quest’urgenza di suonare, sia insieme che singolarmente. Raccontaci la vostra esperienza.
La musica per noi è principalmente una passione, come penso sia per chiunque decide di imparare uno strumento e di suonarlo a livello amatoriale; è anche un modo per non soccombere alla noia che spesso ci assale. Far parte di una band è il coronamento di questa passione: è come un matrimonio. Le dinamiche sono anche simili a un rapporto di coppia solo che la tua sposa è multipolare perché è costituita da 4 persone e bizzarre per giunta. Il nostro approccio all’interno della band è democratico, ovvero non c’è la presenza di un leader che scrive i pezzi, li arrangia e li canta. Ognuno ci mette del suo. Questo rappresenta uno svantaggio in termini pratici, soprattutto per la velocità di composizione, ma alla fine, cinque teste producono sempre meglio di una sola.
Per quanto riguarda la storia dei Diplomatics, ufficialmente nascono nella primavera del 2012 e da allora la formazione ha subito qualche cambiamento, quella attuale è attiva dallo scorso Novembre. Tutti noi abbiamo iniziato a suonare quando eravamo ancora teenager e quindi veniamo da molteplici esperienze con altri gruppi (Supersexyboy1986 e Speedjackers, per citarne un paio).

Parlateci di ‘Where I Was Born’, il brano inserito nella seconda compilation di Sound&Vision e del legame che avete con la vostra terra d’origine. Quanto influisce e/o  ha influito nelle vostre vite e nella vostra musica?
“Where I was born” parla dell’importanza che ha il luogo dove sei nato e cresciuto nella tua vita. In alcuni momenti sentiamo il bisogno di andare via. Di raggiungere posti anche molto lontani per cercare delle opportunità che quì non ci sono. Queste esperienze possono essere, e solitamente lo sono, molto ‘positive’, ma in ogni caso persiste un po’ di nostalgia per i luoghi dove sei nato. Casualmente tu parli di “terra di origine”; è un’immagine molto adeguata perché veniamo dalla provincia, da ambienti  molto rurali dove la terra è l’elemento principale. Un altro esempio lampante è il nostro video “Shadow”, dove costantemente ci sono immagini delle nostre colline, dei nostri campi e delle nostre strade e dove quello che facciamo è seppellire il nostro cantante. Sotto la terra appunto, con tanto di badilata in faccia…vedere per credere.
Comunque il nord est, la provincia, le fabbriche, la noia, il grigiore e la sensazione di non avere un futuro come lo si desidera e lo si vuole sono temi ricorrenti nelle nostre canzoni.

Come nascono i vostri  brani: testo, melodia, musica. Di cosa parlano?
Il luogo dove nascono i pezzi è la sala prove. Capita  che qualcuno di noi arrivi con un’idea che può essere un giro, un riff o una melodia, ma poi la canzone si costruisce in stanza, tutti assieme. A volte si parte dalla musica e a volte dal testo, dipende dall’ispirazione. I testi, come accennavo, parlano soprattutto delle nostre esperienze, della nostra realtà provinciale con gli aspetti positivi e negativi, spingendoci fino a parlare della solitudine e della morte, come nel caso di “Don’t  let me go”, in cui si parla della perdita di una persona a noi cara.

‘Don’t be scared, here are the DIPLOMATICS!’ Qual è la vostra ‘rivoluzione diplomatica’? Parlateci un po’ del vostro ultimo album
Il progetto è iniziato la scorsa primavera. Avevamo una decina di pezzi pronti e si sentiva la necessità di andare in studio per lavorare sul nostro primo album. Abbiamo deciso di tornare all’Inside Outside studio di Montebelluna dove avevamo già registrato 4 pezzi un anno prima, questa volta però affidandoci alla produzione di Matteo “Mojomatt” Bordin. Matt ci ha fatto registrare in presa diretta, su bobina magnetica, utilizzando tutta la sua strumentazione vintage a partire dai microfoni degli anni 50’ fino alle chitarre e ai distorsori degli anni ‘60/’70. Il master è stato fatto da Carl Saff a Chicago e poi abbiamo deciso di stampare solo vinili a scapito dei più moderni CD. Anche la foto di copertina è stata fatta con il vecchio rullino e tutte le scritte sia nella copertina sia negli inserti sono fatte a pennarello e scotch. A lavoro terminato, più che di rivoluzione, potremmo parlare di involuzione visto che abbiamo prodotto un disco degli anni ’70. Il risultato per noi ma non solo per noi, è stato sbalorditivo, le canzoni sono dirette e ci piace molto la carica trasmessa.

Visto il vostro incessante e costante impegno live, ci chiedevamo come risponde il pubblico italiano di oggi ad un sound così americano e legato agli anni 70.
Benissimo direi. In questo periodo storico, il rock non gode di ottima salute. Mancano i nuovi punti di riferimento e ognuno è libero di esprimersi come vuole. Capita di ascoltare gruppi che mescolano di tutto passando dal metal al grunge al noise -new wave alla psichedelia e al garage. Descrivere una band è sempre più difficile e ogni giorno ci si inventa il nome di un nuovo genere musicale, anche se magari di nuovo non c’è niente. Soprattutto in Italia, dove la cultura rock è sempre stata poco radicata in confronto per esempio a Inghilterra o Stati Uniti, la qualità della musica è a livelli bassissimi, basta ascoltare Sanremo o vedere chi c’è in giro per capire. Ecco da dove arriva “Don’t be scared, here are the Diplomatics”; fatte le dovute eccezioni, noi torniamo alle origini e sputiamo in faccia a quello che c’è in giro e il nostro pubblico sembra apprezzare molto volentieri, ovviamente.

Se voi foste spettatori di voi stessi come vi vedreste dal vivo?
Non so, forse ci considereremo dei pagliacci o forse dei geni, chi lo sa? Posso dirvi che dedichiamo molto tempo alla preparazione dei live. Dall’attitudine, alla scaletta, ai suoni,  ai passaggi tra un brano e l’altro, poi ovviamente il momento e il pubblico fanno tutto il resto. Cerchiamo sempre e comunque di dare il 110% e di lasciare un buon ricordo in chi ci vede e si sente.  Vi lascio la citazione di Luca Frazzi su ‘Rumore’ di Dicembre che ci ha visti lo scorso Ottobre  al Covo a Bologna: “Don’t be scared mette in sequenza otto legnate che dal vivo fanno più male, ma anche su disco lasciano lividi grossi  così. Questi picchiano, alla faccia del moderato e laborioso nord-est”.

Preferite suonare live con gruppi del vostro genere o vi stimola anche confrontarvi  con stili differenti?
Di solito preferiamo condividere il palco con gruppi che hanno una certa pertinenza con il nostro genere. O quantomeno un’attitudine festaiola. Se possibile evitiamo i gruppi che propongono musica di “ascolto” o ‘unplugged strappamutande’, non perché non ci piacciono, ma perché nei nostri live preferiamo dare la possibilità al pubblico di sfogarsi, e non annoiarsi più di quanto già lo siano. Quando succede è bellissimo.

Con quali palchi avete più confidenza e dove vi piacerebbe suonare?
In questi 3 anni, abbiamo avuto occasione di provare varie situazioni: dal pavimento del pub al grande palco. Potendo selezionare, ci piacciono i palchi medi, non troppo alti per essere in contatto con il pubblico, non troppo piccoli per poterci muovere liberamente. Poi, come dicevo prima, la differenza la fanno il momento e il pubblico: indimenticabile, la scorsa estate, il nostro concerto al Guilty Boat Festival in battello a Venezia come supporter a Jack Oblivian, è stata l’esperienza più divertente che abbiamo mai fatto dopo ovviamente quella di due anni prima in cui abbiamo suonato in un super palco prima degli storici Buzzcocks.WOW. Adesso che siamo in vista dell’estate ci piacerebbe suonare all’aperto, a qualche festival, magari con qualche band tosta. Qualcosa in programma ce l’abbiamo già, tenetevi aggiornati…

Chi dovete  ringraziare per averti fatto diventare quello che siete?
Un sacco di persone, dai nostri cari, ai nostri amici a tutti gli artisti che sono venuti prima di noi. Preferisco non elencare tutti, mi dilungherei troppo, se volete potete comprare il disco dove dentro c’è una bella lista con tutti i ringraziamenti del caso. Devo comunque menzionare Francesca Chizzola (Chigiu) che con Indiemood ha lavorato per la promozione del disco e che ci supporta (e sopporta) ancora  costantemente con serietà e dedizione.  Grazie Indiemood

Un vostro punto debole, un vostro punto forte
Un punto debole è la nostra “italianità” (per non dire ‘Veneticità’, o forse ancora meglio cazzonaggine) che comunque cerchiamo di mascherare il più possibile almeno musicalmente (la cazzonaggine la mascheriamo un po’ meno però!). Su questo punto ci piacerebbe intraprendere qualche esperienza all’estero per testare le reazioni. E ci piacerebbe trovare una label disposta a investire su di noi e portarci ad un livello superiore. Punti di forza ne abbiamo molti: la nostra costanza verso il miglioramento, l’autocritica, il fatto di essere un gruppo dentro e fuori la sala prove e molto concreto, l’avere idee chiare su cosa fare, il divertirci sempre facendo quello che facciamo al top.

 

 

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