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F.F.S. + INTERPOL + un fottio di altra gente

Ovvero “dell’eccesso”! Si iniziò con l’idea dei due palchi per evitare che il pubblico si spazientisse troppo per il cambio strumenti tra un gruppo e l’altro, e si finì con la gara a chi ha il palco più grosso, chi ostenta più palchi e chi vi piazza sopra più gruppi a serata. Roba che, a confronto, Rocco Siffredi è un moderato! Lui è un uomo all’antica, capace di concerti singoli, seppure di notevole durata, in modo da lasciare il pubblico soddisfatto senza annichilirlo. In fondo, non so voi, ma la mia resistenza non è più quella di un tempo: me ne basta una intensa e, poi, generalmente, mi faccio un caffè e penso ad altro. Tutto questo per dire che, forse, con quei quattro palchi e un eccesso di gruppi a serata, i ragazzi dell’Home hanno un pelino esagerato e reso la serata …. dispersiva. Per dire, mi è stato abbastanza sulle balle dover decidere tra Jack Savoretti e gli M+A, anche se, a dirla tutta, me ne sbattevo fino al mento di entrambi. Ma sbagliavo di grosso e, per una volta tanto nella mia vita, ho fatto la scelta giusta evitando il tendone bianco di Savoretti (quello indie-sfiga, dove un’oretta prima Dente si era reso imbarazzante suonando da solo la chitarrina) e fiondandomi in quello rosso (elettronica) a sentire il duo romagnolo (che poi sul palco erano in quattro: un cantante, due percussionisti ed un sassofonista) esaltare il pubblico con la loro eurodance con ascendenze francesi abbastanza marcate, melodica ed (almeno dal vivo) iperpercussiva. Ultimamente uno dei miei metri di giudizio per valutare i concerti è il modo in cui la musica disinibisce le ragazze presenti: ecco, qui gli M+A meritano un nove pieno! Dal vivo non ti strappano le mutande, le disatomizzano direttamente. Roba che sa di serate erasmus e vacanze in interail- situazioni in cui becca persino lo sfigato del lotto.

Ah, beh, quasi dimenticavo… prima e dopo gli M+A hanno suonato, sul palco principale, rispettivamente Interpol e F.F.S. (ovvero Franz Ferdinand + Sparks oppure “For Fuck’s Sake!”). Devo dire che dai primi non mi aspettavo molto: dopo aver realizzato un capolavoro come “Turn on the Bright Lights”, i loro dischi si sono fatti via via meno interessanti, fino agli ultimi due lavori che trovo francamente noiosi. La ricerca della personalità, in un gruppo, è quasi sempre lodevole, ma, se la tua è scialba, allora sarebbe stato molto meglio continuare a fare la cover band dei Joy Division. Eppure dal vivo, il gruppo di Paul Banks dice la sua alla grande: solido, compatto, tagliente e con pochi fronzoli porta il pubblico dove vuole, rispolverando le canzoni degli splendidi esordi e valorizzando i non eccelsi ultimi pezzi. Da applausi soprattutto il lavoro del bassista Brad Truax, che regala ai brani una ritmica tesa e dritta come quella di ogni gruppo wannabe niu-ueiv dovrebbe essere. Ottimo anche il gioco di luci sul palco. Un’ora spesa più che bene, alla fine!

Invece, tutto il mio tifo andava per la mega-band composta da uno dei migliori gruppi inglesi degli anni zero e un grandissimo gruppo americano degli anni ’70 (non tra i migliori, ma lì la concorrenza è leggerissimamente più spietata), ovvero Franz Ferdinand e Sparks. I secondi rientrano nel novero dei più grandi sottovalutati e rimossi della storia del rock: glamster parimenti raffinati e ruvidi ad inizio anni 70 (quasi una versione ironica ed intellettuale dei Queen, ma a loro coevi), approdati a fine decennio ad un’elettronica benedetta dalla collaborazione con Giorgio Moroder. Nonché idolatrati dai Franz Ferdinand, con i quali, quest’anno, hanno realizzato un bellissimo album, riproposto quasi per intero nella serata trevigiana, assieme ad una manciata di classici dei due gruppi. Devo dire che l’alchimia sul palco era ottima, soprattutto tra i due cantanti (la parte forse più difficile, tenuto conto che Alex Kapranos e Russel Mael hanno due voci decisamente diverse) e la resa dei brani a tratti entusiasmante (in particolare quelli degli Sparks, anche se ovviamente, il pubblico impazziva ai brani degli inglesi come “Take me out” o “Do you want to”). Se proprio vogliamo trovare un difetto alla performance (che poi è quello del disco) sta nell’eccessiva timidezza dei chitarristi, in brani che renderebbero di più se ben elettrificati. Ma, alla fine, anche un piglio meno ruvido e più danzereccio si sposa benissimo con le composizioni (immagino) di Ron Mael.

Insomma, una bella serata che mi ha fatto sopportare persino l’ora di incolonnamento per uscire fuori dal parcheggio.

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