Guilty Pleasures #2 “Catharral Noise”

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“Cosa racconteremo di questi c***o di anni zero?”. Non so tu, Vasco Brondi, io racconterò della finali di coppa dei campioni tra Milan e Liverpool, del referendum costituzionale del 2006, della promozione del U.S.Pove all’ultima giornata del campionato di prima categoria, di youporn, del cinema di Faith Akim e dei Catharral Noise- ovvero del più grande gruppo rock italiano degli ultimi dieci anni, ma questo lo sappiamo solo in Veneto. Se, come emerge dagli articoli di Pier Vittorio Tondelli in “Un Weekend Postmoderno”, la cultura italiana degli anni ottanta si caratterizzava per aspirazioni avanguardistiche con il velleitario sogno di un riconoscimento internazionale (i primi dischi dei Litfiba emozionano anche grazie a quell’atmosfera da “vorrei, ma non posso” che li pervade), gli anni ’90 hanno messo in scena la frustrazione di queste ambizioni, specie in ambito rock, nonostante una  rinata attenzione per la musica alternativa da parte dei media e la possibilità, grazie ad internet, di farsi conoscere oltre i nostri angusti confini. Lo scorso decennio, preso atto di ciò, è stato orgogliosamente provinciale (non solo nella musica: dopo la chiusura di “Cuore”, l’unica rivista satirica italiana di un certo peso ad essere rimasta è “Il Vernacoliere” di Livorno) e, inoltre, si è caratterizzato per un utilizzo senza complessi dell’imperante cultura “bassa”- che, in realtà, imperava già mentre Tondelli tratteggiava il suo piacevole, ma col senno di poi decisamente infedele, ritratto degli anni ’80. Questo ravanare nella feccia quotidiana ha avuto un duplice scopo: da un lato garantire un feedback immediato con l’ascoltatore, dall’altro prenderlo di mira senza farsene accorgere. Un esempio a livello nazionale è il programma “Ciao, belli!” su Radio Deejay, molto apprezzato da quella stessa provincia della quale offre un ritratto ai limiti dell’apocalittico. Paradigmatici di questo atteggiamento sono stati anche i veneziani (ma dell’entroterra- e la specificazione è quantomeno necessaria) Catharral Noise quartetto capace coniugare alla perfezione il proprio dialetto con i linguaggi canonici del hard rock- e, piccolo miracolo, senza farlo sembrare una forzatura, cosa che non era mai riuscita ad alcun artista italiano. Il gruppo, scioltosi un paio di anni fa, era composto da strumentisti di ottimo livello guidati da Daniele “Bullo” Russo- una tra le voci più graffianti e carismatiche degli anni zero, perfetto ibrido tra Paul Di Anno, Lars Goran Petrov e Natalino Balasso. Le loro canzoni sono quasi tutte velocissime sfuriate metal-rock con testi composti da nonsense dialettali o sproloqui sulle ossessioni del campagnolo veneto medio (sesso, rigorosamente onanistico o mercenario, e motori), alternate a finte pubblicità e siparietti comici, con uno schema più che collaudato- e un po’ abusato- nel panorama demenziale italiano. Ciò che distingueva i Catharral Noise dalla massa di creatori di tormentoni locali (i pessimi Radio Sboro, ad esempio) era, oltre alla capacità di tenere in mano gli strumenti, la ferocia nel dipingere una provincia composta da boari analfabeti ed involuti al limite dell’autismo (insomma, il Veneto che ha decretato la vittoria di Zaia alle ultime regionali). E, se qua e là emerge un po’ di affetto per i protagonisti delle loro canzoni, lo stesso non scade mai nell’autocompiacimento e la visione d’insieme resta sconsolante (o esilarante, dipende dai punti di vista). Dei quattro dischi che ci hanno lasciato, “Turboamerica” e “Te Spuo su ‘na recia” meriterebbero di essere conosciuti oltre i confini del triveneto, in quanto godibili anche senza la comprensione del  dialetto, grazie alla potenza della loro proposta musicale (ripeto, tra le più incisive dello scorso decennio), che, come quasi sempre succede in questi casi, era propellente per concerti devastanti, con tanto di roadies ubriachi sul palco e lancio di lattine di birra semivuote contro il pubblico. Dopo il meno brillante “Porchettata” il gruppo si è sciolto e Bullo ha formato i “Rumatera”- una mera risciacquatura di piatti del suo precedente progetto.

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