Guilty Pleasure #3: Nina Hagen

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nina Guilty Pleasure #3: Nina Hagen

GUILTY PLEASURE #3: Nina Hagen

Chiamatela Legione! Quanti demoni convivono nella voce di Nina Hagen? Un discreto p******o, dico io. A rigor di logica, la cantante berlinese non potrebbe essere considerata un “guilty pleasure”, in quanto stiamo parlando di una grandissima artista, la cui rivalutazione sarebbe quantomeno doverosa ed è inutile che ridete, blasfemi! Definirla la giusta distanza tra Madonna e Diamanda Galas potrebbe dare l’idea, ma sarebbe irrispettoso verso Nina (che è molto meglio di entrambe). Diciamo che della prima anticipa il gusto alla rappresentazione e all’immagine, mentre con la seconda ha in comune le capacità vocali immense ed il loro utilizzo per fini non convenzionali. Tuttavia, a differenza della Signora Ciccone, Nina Hagen è una kamikaze commerciale, con un concetto di pop che terrorizzerebbe ogni discografico mainstream, e, a differenza della Galas, è una vera punk che non si prende sul serio neanche per mezzo brano. Non stiamo, insomma, parlando esclusivamente di una folle sperimentatrice, ma anche di un’artista f********e divertente, la cui esibita teutonicità la marchia come unica e come indigeribile. Prendiamo i primi due dischi ad esempio, si tratta di due perle di punk rock il cui idioma, agli ascoltatori superficiali, può ricordare i tendoni dell’Oktober Fest. Poi arriva la terza opera “Nunsexmonkrock” e l’Oktober Fest si sposta su Saturno. Ascoltate “Cosmic Shiva” o “Iki Maska” e ditemi dove avete sentito qualcosa di simile? Inutile che ci pensate, ve lo dico io: in nessun cavolo di posto- almeno non nel 1981! Nina sottopone punk e new wave allo stesso trattamento a cui i suoi conterranei krautrockers del decennio precedente avevano sottoposto la psichedelia, cavandone anche lei una musica veramente libera e veramente folle (i tedeschi, si sa, quando sono fedeli ai loro modelli raggiungono livelli di piattezza e noia imbarazzanti, mentre, quando decidono di buttare in aria il tavolo, fanno mangiare la polvere a qualunque artista angloamericano che può solo sognare di avere la libertà di registrare e pubblicare certi deliri).

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