GLI ZOOTIE: COLORATI GALLETTI URBANI

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GLI ZOOTIE: COLORATI GALLETTI URBANI

Quando ho letto che Billie Holiday entrava dalla porta di servizio nei locali in cui cantava: non ci potevo credere! Nella sua biografia c’è scritto che girando l’America con l’orchestra di Arty Shaw, durante le soste doveva restare in macchina perchè non le era consentito di accedere ai ristoranti. Per mangiare aspettava il ritorno dei musicisti bianchi che comperavano cibo al suo posto. Ovviamente le erano vietate anche le toilette, quindi si accontentava dei cespugli. Billie Holiday, e come lei Miles Davis, Duke Ellington, Nina Simone: grandi attrazioni per bianchi e contemporaneamente vittime del loro razzismo. Il jazz che dopo gli anni ‘20 esce dagli speakeasy e dalla grande crisi, ha una carica senza eguali che affonda al cuore del pregiudizio razziale. Va ben oltre lo spettacolo d’ intrattenimento promosso dai bianchi e si trasforma in una forma di resistenza psicologica black contro un’ America ancora filo-schiavista. Nelle dance hall degli anni ‘30 si mischiavano bianchi e neri, c’ erano orchestre miste e ballerini a cui importava solo di ballare lo swing. Mi piace pensare alle sale da ballo come degli avamposti in cui, a differenza di altri luoghi, la società non si sgretolava. “La musica non conosce altro linguaggio che il suo – commentava infatti la rivista Billboard negli anni ‘30 – non esiste alcuna distinzione di colore e i suoi fans appartengono a tutte le razze”.

zootie01 GLI ZOOTIE: COLORATI GALLETTI URBANIE chi erano i veri protagonisti di questo fenomeno? I leggendari zootie, gli indiscussi seguaci dello swing, ballerini spaventosamente bravi che provenivano da quartieri afroamericani di bassissima estrazione sociale. Sono stati i primi a dare visibilità alla cultura black nelle grandi realtà urbane attraverso un’estetica a dir poco agressiva. Capelli stirati, impiastricciati di brillantina e profumo. Giacche enormi, fatte su misura dai sarti, che portavano attillate in vita e lunghe fino al ginocchio, con spalline imbottite e ben squadrate. I pantaloni andavano larghissimi al ginocchio e stretti alle caviglie, a palloncino, risvoltati. Immancabili erano gli accessori come le bretelle colorate, il cappello Borsalino indossato di lato, anelli d’oro, orologio a catena, scarpe bicolori lucidate a dovere. I colori dovevano essere rigorosamente sgargianti, un pugno nell’occhio nel grigiore urbano. Con questo dress code gli zootie beffeggiavano la moda dell’uomo bianco e la sfidavano. Un atteggiamento che serviva a cancellare il cliché dello Zio Tom, dello straccione del sud che vestiva con salopette sbottonata e maglia di lana bucata o quella del cameriere con i guanti bianchi e i bottoni lucenti. Negli anni ‘30 da Chicago a LA, da New Orleans a New York i ragazzi neri erano identificati nella nuova immagine di elegantoni stravaganti che camminano oscillando. Inventano un modo curioso di parlare.

Il loro slang contamina la letteratura di quegli anni che può contare su un nuovo e variopinto dizionario di strada. Tra le fila degli zootie c’è anche il giovanissimo Malcolm X che trascorre le notti nelle sale da ballo a conquistare donne di tutte le razze. Bianche comprese. Con quell’ aria da galletti, gli zootie collezionavano ragazze senza badare al colore della loro pelle. Per i razzisti, questa è un’ altra ragione per sentirsi intimiditi dalla loro presenza. Appare sempre più chiaro che sia la musica swing sia chi ci gravita attorno stanno diffondendo un messaggio che va oltre il divertimento ballereccio. Per loro suona come una minaccia che porta inesorabilmente alla promiscuità razziale. Si creano delle tensioni profonde da entrambe le parti. Negli anni ‘40, in molte città americane, i soldati in licenza si divertono a picchiare i neri vestiti da zootie, ad umiliarli platealmente. Era il loro stupido modo di mostrarsi patrioti. Scoppiano gli zootie riots: bianchi contro neri senza esclusione di colpi. La stampa si scatena contro i neri e li definisce un problema sociale, mentre la comunità medica si affretta a mettere in guardia i genitori: “Il ritmo swing provoca danni alla salute dei ragazzi bianchi”. Dicevano che il jazz era in grado di provocare delle trance ipnotiche. Per non parlare dell’abitudine di fumare l’oppio che infastidiva più di qualche benpensante. I tentativi per screditare la musica nera furono tantissimi, ma non attecchirono. Il jazz e lo swing continuavano ad affascinare i ragazzi bianchi ed erano motivo di orgoglio per la comunità afro. Anche se brillantina e spalline imbottite diventarono obsolete dopo la guerra, la carica emotiva degli zootie non passò di moda e la tenacia che hanno lasciato in eredità alla società nera, tornerà in altre fasi della loro storia. La parola “Hip Hop” vi dice niente?

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