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GAZNEVADA

A Gea, che quei tempi li ha vissuti. E io, da
bravo alienato depressoide maicontento, rosico.

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Sotto alcuni aspetti, erano anni di m***a: terrorismo (quello vero, mica l’evento annuale e politicamente sfruttabile  a cui siamo abituati da qualche tempo), eroina, disoccupazione…da un altro punto di vista, erano anni irripetibili: sesso, entusiasmo e musica della madonna. La fine degli anni ’70, quando improvvisamente i miei ebbero l’idea di mettermi al mondo, sono gli anni del punk, della new wave e della nascita del heavy metal. Persino sullo stivale, seppur nascosti da una coltre di indifferenza, fiorivano piccole scene e gruppi rivoluzionari. Qualche mese fa, vi ho parlato del Great Complotto di Pordenone, e oggi, sempre prendendo spunto da una ristampa della Shake Editions, dei bolognesi Gaznevada. Pensate alle tavole di Pazienza tradotte in musica e avrete una, seppur vaga, idea della follia espressa dal quintetto, quantomeno ai suoi esordi. Esordi che si esauriscono nella cassetta “Mamma Dammi la Benza” del 1979- come, e molto più, di “MonoTono” degli Skiantos capolavoro della scena emiliana. Il fatto che questo gioiellino sia stato ristampato su CD solo dopo trent’anni è la migliore prova della cecità dei nostri discografici. Se si esclude l’intro demenziale di “Everybody enjoy reggae music”, il disco è un concentrato di deliri teppistico – fumettistici su base punk (ma non solo- c’è tecnica, ed è pure sopraffina) a partire dalla sconvolgente “Criminale”, il cui primo verso (“ho una mente criminale / penso solo a fare male / spacco i tubi alle latrine / sodomizzo le bambine”) è uno dei massimi manifesti rock da Robert Johnson in poi- con buona pace delle masturbazioni intellettuali sull’età adulta del rock raggiunta nella metà degli anni ’60, questo genere si mantiene vivo ed interessante solo quando ritorna alla fase anale, e tutto il resto è noia. “Bestiola” è un aggressivo sproloquio su tema zoofilo (giuro!) cantato con voce alcolica. Ma è con la title track che i Gaznevada si guadagnano il loro angolo nella leggenda (per pisciarci su, immagino!): ritmo ipercinetico, testo delirante che istiga al teppismo, anche se rigorosamente di provincia, e al consumo di stupefacenti, frasi sconnesse in sottofondo, un assolo di chitarra che è un minuto di s******ta sulle corde (nel senso che Robert Squib dà proprio l’idea di venirsene suonando). Insomma, uno dei massimi capolavori della musica italiana! Quasi al livello sono i quattro brani del lato B: nella lungimirante “Teleporno  TV” si afferma, decenni prima di youporn e tube8, che “posso fare il guardone / con la mia tele-porno-visione”- e scusatemi se è poco. “Johnny (lascia perdere)” è una finta ballata in cui, senza troppa convinzione, si cerca dissuadere un amico dal farla finita. Resta solo la notte fonda, riempita con lunghi viaggi in macchina, assunzioni di tranquillanti (“Roipnol”) per controbilanciare le droghe eccitanti, soste in autogrill e autoradio gracchianti dalle quali apprendiamo che “…a Torino un comando di Prima Linea ha teso un agguato ad una pattuglia della polizia…”. Il punto di arrivo non può essere che l’incubo nazistoide di “Nevadagaz” introdotto da un ritmo spastico di chitarra e sax e da una voce filtrata  che parla di “presidenti della camera a gas…strafatti di dose di mexiton” – se i Sex Pistol predicavano il “no future”, i Nevada Gaz rilanciavano tratteggiando un futuro che pare peggiore del nulla…. Non che avessero sbagliato di molto.

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