EUROSONIC FESTIVAL

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eurofest EUROSONIC FESTIVAL

EUROSONIC FESTIVAL di Fabrizio Consoli
Quali sono le certezze per un giovane nel 2012? Poca roba davvero: l’iphone con un contratto che suona di condanna per detenzione e spaccio (trenta mesi), il tuo bicchiere di gin-tonic di vetro che senza troppa magia si trasforma in plastica alle due del mattino. E sempre meno ultimamente: da quando la parola piu’ associata a Grecia e’ default invece che civilta’, o alla peggio olive, o da quando il nostro primo ministro parla di spread invece che di festini.
In linea con queste nuove tendenze rivoluzionarie e disorientanti, un mercoledi’ di meta’ gennaio sbarco a Groningen, citta’ che a dispetto della mia ignoranza geografica (non avrei saputo collocarla nemmeno in un continente), e’ da ventisei anni la patria di Eurosonic, festival totalmente incentrato sulla promozione delle band emergenti. Ovvero una pasticceria per tutti gli ingordi di musica e novita’ come il sottoscritto. Eurosonic e’ una specie di dietro le quinte diffuso, dove convergono professionisti del settore da tutta Europa per una serie di conferenze, ma soprattutto per ascoltare le nuove perle emergenti della musica europea che de qui vengono scelte per suonare poi nei vari festival estivi in cui ci piace tanto andare a rotolarci. Insomma come le api alla frutta, si creano i presupposti per gli idoli del futuro, senza passare per X-Factor. Perche’ disorientante? Innanzitutto vedere concerti all’aperto in una sorta di Gotham City olandese con cieli bassi e minacciosi e freddo pungente, una specie di aperitivo fuori stagione, e’ abbastanza inconsueto per noi mediterranei pantalone corto ed infradito. Ma soprattutto, l’atmosfera e’ resa surreale da una citta’ rassegnata e indulgente all’assedio dei giovani. Con una popolazione per oltre un terzo composta da studenti, il centro storico di Groningen e’ trasformato in una sorta di giornata mondiale della gioventu’, solo meno disciplinata e piu’ interessante. Poi e’ chiaro si tratti di una citta’ fertile alla cultura e modellata dalla musica. Il festival e’ distribuito tra un numero impressionante di concert hall e teatri, letteralmente uno accanto all’altro, con buona pace della mia citta’ dove ci sono voluti piu’ o meno quattrocento anni per avere un nuovo teatro dopo quello Olimpico di Palladio. Il livello musicale non fa difetto al festival: quasi 300 concerti in quattro giorni, pertanto impossibili da vedere tutti, eppure ogni singolo show in cui mi sono imbattuto e’ stato di altissimo livello. Dunque ancora una volta screditata l’idea – supportata dai soliti inguaribili ottimisti – che tutto sia gia’ stato piu’ o meno detto e suonato, in una specie di biblioteca di Babele in versione audio. Qui la musica continua a coinvolgere, e la gente a perdersi lungo le combinazioni delle dodici note. E se Selah Sue e’ oramai consacrata al successo e si esibisce sul main stage (all’aperto, ma che freddo), ci divertono e ci scaldano i Fuel Fandango, spagnoli, dotati una carica e di un groove grandiosi, cosi’ come ci convincono The Bwitched Hands, francesi, o i Funeral Suits, irlandesi. Rimane un peccato che per sentire buona musica sia necessario sempre e sempre piu’ spesso espatriare. E questo non e’ tanto una critica del livello musicale italiano, quanto all’effetto “lago artico” della nostra scena indipendente, vivace ma con poche possibilita’ di guadagnare la superficie, soprattutto a livello internazionale.

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