E’ davvero il Massimo del Volume

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massimovolume E davvero il Massimo del Volume

MASSIMO VOLUME “CATTIVE ABITUDINI”

Non potrei, mi dico.  Quando è troppo elevato non te ne rendi conto si, non te ne rendi conto e continui ad alzare, alzare per comprendere meglio, per capire, per sentire, per assaggiare. Emidio Mimì Clementi, Egle Sommacal, Vittoria Burattini e Stefano Pilia: loro sono i Massimo Volume. Dopo più di dieci anni di silenzio da un album in studio è arrivato Cattive Abitudini per risvegliare quel panorama di rock italiano che sopito era rimasto. Perchè se per altri gruppi negli anni escono copie più o meno buone per i MV alcuna carta calcante è servita. La poesia teatrale e profonda di Emidio Clementi nessun’altro la può nemmeno avvicinare, le chitarre di Egle Sommacal pure. Per non parlare dell’atmosfera di nebbia tersa che ad ogni ascolto pervade e inumidisce le ossa, di per sé, già rotte. La stessa nebbia in cui è stato registrato l’album, sull’argine del Po’. Non è semplice, a parole, descrivere il contenuto di questo lavoro che si spiega solo ascoltandolo. L’attacco prende il nome da un poeta statunitense, Robert Lowell nella scarna intenzione di dirci di dimenticare e continuare in equilibrio nel nostro monotono sublime. Citazioni, unioni, spezzatini, storpiature, incisioni anche nel proseguio di Coney Island, troppo bella perchè le parole la definiscano conscia di una parte strumentale immensa e ricchissima. Prima il silenzio: un un uccello fermo con le ali impregnate senza la forza di volare, poi d’un tratto una corsa sgraziata e lo spiccare il volo, fino al completo sparire. Straziante. Le nostre ore contate con la frase terminale “io non ti cerco, io non ti aspetto, ma non ti dimentico” lanciato anch’esso nell’aria sottesa di chitarre mantiene viva la tensione del disco dando l’avvio a Litio una vera e propria bomba di poesia e parole mixata a sensazioni quasi dark, grazie al basso di Mimì che solca la terra da anni non coltivata. Definizioni accartocciate su se stesse di cruda e dolorosa introspezione dei giorni inquieti. Non finisce un pezzo che un altro già rapisce nella solita modalità che non t’accorgi se è letteratura o musica o se non è forsè qualcosa di entrambe, elevato però, al quadrato. Avevi fretta di andartene, sesta traccia, si apre con la voce calda e un incanto di piccole note sottofondo fino all’implosione di tensione come “ho corrotto il tempo per farti restare” e “perciò sciogli il tuo esercito assetato di pace e lasciami violare le tue mura sguarnite” un richiamo all’apertura di se stessi, non troppo voluta, un po’ rubata, forse violentata. Quella che mille volte hai provato senza riuscirvi. Soffermarsi su ogni pezzo imporrebbe analisi che destruttura: Fausto è nostalgica. Forse. Attaccata al passato, negativa sul presente. Emidio urla, strangola quel poco che t’era rimasto di fiato in gola in questo ascolto che è quasi faticoso se ben fatto. Un ascolto eccellente sempre incrostato di poetica ben fornita, d’aggettivi non scontati, di cose da imparare a memoria come perle dell’oggi. Via Vasco De gama è un intreccio di immagini scolpite sulla pietra, da trascrivere per assorbire, di difficile lettura come se le parole tendessero ad essere spazzate via dal vento… lo stesso vento che aleggia in tutto il disco, un vento denso e bagnato pesante come le chitarre che ti trascinano dal primo all’ultimo minuto, dolce quasi brezza come la batteria che unisce e mai tradisce nell’accompagnare voci e stridenti note. I Massimo Volume sono Emidio Mimì Clementi e i suoi testi splendidamente vomitati. Non solo: sono musicalità, strepitosa crescita strumentale, note, scale, approfondimenti di chitarre, spunti di batteria.  Pieni e profondi come l’abisso nietzschiano che se guardi a lungo in esso, anch’esso guarderà in te.

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