DREAM SYNDICATE

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Live Report
DREAM SYNDICATE

New Age 04.05.14

Quei quattro gatti che insistono nel leggere mensilmente i miei articoli sanno che posseggo una copia di “Medicine Show” in vinile. Il che sarebbe un motivo sufficiente per correre ad acquistare il disco a scatola chiusa come si usava un tempo e scoprire che la potenza espressiva e la capacità di scrittura dei primi Dream Syndicate è tranquillamente paragonabile a quella del migliore Springsteen. Esagero? Mica tanto! Mettiamola così: conoscere ed apprezzare “The Medicine Show” (o anche “The Days of Wine and Roses”) è la linea di confine tra una persona competente e meno, mentre conoscere ed apprezzare “Born to Run” è la linea di confine tra un essere umano e meno (molto meno!). Ma entrambi sono due spaccati di “americana” così epici ed evocativi che ti fanno venire voglia di trovare la Route 66 anche sulla Salerno – Reggio Calabria.

Gruppo di punta del Paisley Underground (ovvero quel mix di scrittura classica e psichedelia acida che caratterizzò una delle tante e splendide scene californiane negli anni ’80), i Dream Syndicate del leader Steve Winn sono sempre rimasti, nella loro breve storia, una band da piccoli club da radere al suolo per poi appiccare fiamme sulle macerie. Ne prova l’ottimo “Live at Raji’s” del 1988 e ne ho avuto gioiosa conferma domenica sera al New Age, una delle tre date italiane del tour che festeggia i trent’anni di “Medicine Show” (quello che è generalmente considerato il loro capolavoro- e io sottoscrivo). Della formazione originale sono rimasti solo il frontman ed il batterista Dennis Duck, ma i due nuovi arrivati, lungi da fare da tappabuchi, aggiungono ulteriore valore al mito- soprattutto il mostruoso chitarrista Jason Victor.

L’inizio è quasi surreale con la ballad “When You Smile”, che apre il concerto in maniera soft, subito seguita dalla più cadenzata “That What’s You Always Say”. Poi è tempo di “Medicine Show”…. Tutta, brano dopo brano e lì non so nemmeno dove iniziare. Forse dalle due perle dell’album: quella “Burn” che fa drizzare i peli sul collo o l’orgia di distorsioni psichedeliche che risponde al nome di “John Coltrane Stereo Blues”. Tra l’altro mentre venivo cullato da un piacevolissimo feedback, ripensavo al maldestro concerto degli idoli shoegaze “A Place to Bury Strangers” a Verona e sarei voluto tornare indietro nel tempo per riempire il collo di quei tre cialtroni di coppini dicendogli “vedete?! E’ così che si fa!”. Il resto è ordinaria meraviglia: il riff definitivo dell’opener “Still Holding to You”, l’andamento country di “Daddy’s Girl”, il fascino da fumetto hard boiled di “Bullet with my Name on” o di romanzo pulp della title track- fino alla sontuosa ballata “Merritville” che chiudeva l’abum , ma, fortunatamente, non il concerto. Winn e soci dovevano ancora regalarci altre meraviglie come l’oscura “Halloween” o la sferragliante “The Days of Wine and Roses” con quel ritornello che ci farà urlare anche nella terza età avanzata. Non sono mancati anche brani dalle opere “minori” (per modo di dire) come “Out of the Grey” e “Ghost Stories, fino al conclusivo omaggio a Lou Reed con una versione fulminante di “Rock ‘n’ Roll”.

Alla fine delle due ore, esco trasognato dal locale con le orecchie che fischiano in mezzo ad un pubblico di mezz’età e al 98% maschile che, alla fine, mi somiglia incredibilmente. Credo che per tutti sia stato uno dei concerti della vita.

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