DON CABALLERO – FOR RESPECT

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DonCaballero ForRespect 1 DON CABALLERO   FOR RESPECT

DON CABALLERO – FOR RESPECT di Eugenio Zazzara

Math-rock. Ovvero, l’applicazione del calcolo, della misura e dell’aritmetica alla musica del diavolo. Questo, per quelli a cui piacciono le definizioni. Perché pur sempre di classificazione di origine giornalistica si sta parlando. Ma che comunque aiuta a far luce su un genere misconosciuto, eppur vitale ancora oggi. Non che non ci si fosse mai pensato: i gruppi progressive dei bei tempi ci hanno lasciato fulgidi esempi di questa pratica. Ma, con loro, il diavolo, la bestia, non solo si ammansiva, bensì acquisiva il lume della ragione, si umanizzava, si acculturava. Qui, frusta e sgabello tengono a freno la belva, ma questa non smette certo di ringhiare, mordere, graffiare. E alla prima distrazione… Per quanto il guru Steve Albini ci abbia messo parecchio del suo nel modellare questo genere, un grazie lo dobbiamo anche a quattro ragazzacci di Pittsburgh che, col disco di cui si sta per parlare, hanno inciso un solco profondo e indelebile nella tradizione meno nota ma più seminale. “For Respect” è quanto di più alieno si possa ottenere da una band agli esordi. Prendete le prime due staffilate: “For Respect” inizia con due accordi saturi e monchi di chitarra, che poi sfociano in una ineluttabile caduta in un pozzo senza fondo; ‘Chief Sitting Duck’ ha inizio invece con la batteria secca e precisa di Damon Che Fitzgerald, che fa da terreno instabile per i getti di napalm di chitarre e basso, che alternano spietate rasoiate ad abbozzi di melodia. Il primo respiro lo si tira con il terzo pezzo. “New Laws” è un lancinante annaspare in inesorabili sabbie mobili, dove ci muoviamo con panico sì, ma anche con lentezza, per evitare di rendere immediata la discesa. Le chitarre si contorciono su sé stesse, inseguendosi senza toccarsi, in un dialogo teso e malinconico, che non trova risoluzione. Se non nel risucchio finale, in cui la velocità aumenta e finiamo per essere completamente inghiottiti. Ci sbracciamo, urliamo, invochiamo aiuto, ci aggrappiamo a qualsiasi cosa: il rallentamento finale ha il sapore beffardo di una cosciente rinuncia di fronte all’ineluttabilità del destino. Si torna a pogare con “Nicked And Liqued” dove, ancora una volta, Che, Ian Williams, Mike Bandfield e Pat Morris fanno sfoggio delle loro grandi doti strumentali. Se “Rocco” venisse suonata con gli strumenti tipici dell’era progressive, potrebbe benissimo farsi passare per un brano di quelli: qui invece, il livello di elettricità rimane alto ed è il rumore stridente del metallo delle corde del basso a dominare. Con “Subdued Confections”, i Don Caballero giungono a una qualche forma di canonicità, con un blues subdolo e velenoso, che fa da apripista al metal più diretto di “Got A Mile, Got A Mile, Got A Mile”. I due brani successivi tengono alta la bandiera, ma è con “Well Built Road” che gli americani raggiungono un risultato davvero eccelso. È qui che si manifestano gli spunti migliori: dai primi vagiti di post-rock di fine anni ’80 per passare ai suoi esemplari più riusciti e coevi fino a giungere alla destrutturazione dei seminali Slint. Brano dotato, poi, di un pathos e di una forza drammatica da brividi, per essere uno strumentale: lo spettro emotivo è ben rappresentato, soprattutto nelle sue variazioni più umbratili e decadenti. Sequenze alto-basso, piano-forte, minimalismi, sovrapposizioni, stacchi, fughe: c’è un po’ di tutto, condensato in cinque minuti e mezzo di capolavoro. I Don Caballero si congedano nel migliore dei modi: con il brano più furioso del lotto. ” Belted Sweater” è una mazzata, un pugno allo stomaco, una breve sequenza di giri veloci e vorticosi per sancire la fine di un disco per certi versi ancora immaturo, ma pieno di una carica giovanile e, allo stesso tempo, di un cosciente e deciso intento di destabilizzazione che fanno ancora scuola.

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