DIAFRAMMA + STARÉ MĚSTO

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diaframma DIAFRAMMA + STARÉ MĚSTO

Live Review:

DIAFRAMMA

@ Locomotiv Club

11 Gennaio 2013 – di Francesca Del Moro – Foto di Patrizia Ferrarini

Non ho dubbi: sono questi i concerti che preferisco. Il piccolo club che accoglie qualche centinaio di persone, dove entri con la tessera annuale e arrivi tranquillamente a un passo dal palco senza stare in fila per ore e sgomitare. Dove alla fine i musicisti si confondono tra la gente e puoi prenderci una birra insieme e fare due chiacchiere. In questo caso poi, gli amplificatori sono una presenza discreta a defilata ai lati del basso palco del Locomotiv e sembra davvero che le band suonino in mezzo al pubblico.

Si comincia alle 22.15 con gli Staré Město, un gruppo nato nel 2011 tra Bologna e Ferrara, la cui formazione comprende basso, due chitarre e batteria. Ed è davvero una bella sorpresa: i nove brani presentati sfoggiano infatti sonorità corpose di impronta post punk, imperniate su riff di basso e chitarra di volta in volta ipnotici, ossessivi, adrenalinici ma anche ariosi e carezzevoli.

Il sound ci riporta ai Joy Division e quindi ai primi DIAFRAMMA con i quali il gruppo condivide anche l’attenzione ai testi: “La verità è un balsamo per i nostri cuori secchi” (Thalia) “Oggi noto una strana insistenza nelle cose come se avessero il timore di essere dimenticate” (Menodizero). Prima di salutarci, la band annuncia l’uscita imminente del CD d’esordio PUNTO DI FUGA ed è proprio un peccato non poterlo comprare questa sera. In un quarto d’ora viene effettuato il cambio palco, con Federico che entra in scena con la giacca ancora indosso e si mette a sistemare l’attrezzatura e a pulire i microfoni. È la prima volta che lo vedo dal vivo e il suo viso aguzzo, con i lineamenti tesi in un’espressione tra il beffardo e il minaccioso e gli occhi di ghiaccio sotto il ciuffo intramontabile appena inargentato, mi colpisce subito e come una calamita mi terrà avvinta per tutta la durata del concerto. È sempre emozionante riuscire a intravedere l’anima attraverso il volto di chi fino a quel momento hai percepito come un’entità quasi divina nascosta dietro la musica che scandisce i tuoi giorni. Il concerto comincia subito con un pezzo da novanta: “Siberia”, una delle canzoni più belle dei Diaframma e dell’intera storia del rock italiano. Sentire le prime note è già un tuffo al cuore, ma quando arriva la voce avverto un effetto straniante. Sarà perché questa canzone mi è rimasta attaccata con la voce tenorile e penetrante di Miro Sassolini e sentirla cantare da qualcun altro, anche se dal suo autore, non è la stessa cosa. Ma resta un pezzo meraviglioso, che ti scende dentro come una nevicata depositando parole algide e preziose. Segue “L’odore delle rose” e l’emozione che si stava creando sfuma a causa di un inconveniente tecnico, che porta via qualche minuto. Un gruppo di fan incalliti, che sa a memoria ogni pezzo della serata, colma il vuoto proseguendo la canzone per proprio conto. Risolto il problema, Federico riattacca come un disco incantato a cui è stata riportata indietro la puntina. Sembra che faccia fatica a sciogliersi, ma forse è solo timidezza.

Già con il terzo brano, la celeberrima “Diamante grezzo”, l’atmosfera si riscalda e il gruppo di fedelissimi comincia a pogare accaparrandosi una bella fetta dello spazio sotto il palco. Non smetterà più per tutto il resto del concerto e a farne le spese saremo io e un paio di ragazze che finiremo scaraventate per terra. Vabbè, fa parte del gioco. Si va avanti con una “Blu petrolio” dove Federico finalmente si scatena urlando “Padrone dove sei, padrone vieni a prendermi” e, dopo “Adoro guardarti”, arriva uno dei momenti più alti della serata: “Madre superiora”, che molti considerano il pezzo più bello dell’ultimo riuscitissimo album dei Diaframma. Un crescendo ammaliante che tocca l’apice con i versi “Io vorrei bere il tuo dolore, semplificarti la vita, per ogni tuo dispiacere”, un’invocazione che si ripete facendosi di volta in volta più viscerale fino a scorporarsi dalla canzone per diventare un urlo che ritroviamo dentro di noi, che tutti ci accomuna. “C’è una ferita in fondo al cuore grande come non l’hai vista mai, guarda il sangue e il suo colore… è bellissima” sono i versi luminosi che aprono la sognante, amatissima “Labbra blu” e si prosegue per oltre due ore spaziando nella sterminata discografia dei Diaframma, che in tutto ci offrono 30 canzoni, di cui ben sette nel bis. Si susseguono “Oceano”, “I giorni dell’ira”, “Vaiano”, “L’orgia”, “Un giorno balordo”, “Spazi immensi”, “Elena”, “Boxe”…  senza mai un calo di tensione, con poche parole rivolte al pubblico e nessuna pausa. Quanta energia possiede questo affascinante cinquantenne dallo sguardo magnetico, che salta avanti e indietro per il palco, abbozza spaccate in aria e instilla dosi massicce di energia in ogni brano con la sua voce forse non impeccabile ma sincera, avvincente e ricca di sfumature emotive, mentre spazia dal crooning all’urlo hardcore.

Rispetto alle versioni da studio i brani suonano generalmente più vigorosi, e la bilancia pende decisamente a favore della vocazione rock rispetto agli elementi pop e agli echi del cantautorato italiano anni 60-70 che si avvicendano e più spesso si combinano nella produzione della band. I pezzi sono eseguiti magistralmente dal power trio di ultima edizione, che vede Luca Cantasano al basso e Lorenzo Moretto alla batteria accanto a Federico Fiumani, unico membro rimasto dagli esordi al punto che il nome “Diaframma” è ormai considerato il suo pseudonimo.  A un certo punto qualcuno dal pubblico suggerisce “Tre volte lacrime” e Federico, com’è sua abitudine, lo invita a salire sul palco e a cantarla. Ma lo spettatore si schermisce e il brano parte comunque: “La mia malattia ha un volto perfetto e un corpo da sogno… ” è un verso indimenticabile e i Diaframma ce ne regaleranno moltissimi stasera. Versi suggestivi, spesso ironici, graffianti, evocativi, universali come quelli dei grandi poeti. E infatti mi dispiace un po’ non trovare nessuno dei volumi di poesia di Federico sul banchetto allestito alla fine del concerto e dove i tre musicisti vendono libri ed elargiscono autografi. Con dieci euro mi accaparro un testo in prosa di Federico e un libro che raccoglie tutti i testi del gruppo fino al 2007 e chiedo pure gli autografi (di solito non lo faccio). Avrò comunque la mia dose di poesia da rileggere non appena mi sarò ripresa dalla “botta di energia del rock” che ho ricevuto stasera. “Nessuno sa cos’è”, canta Federico nell’ultimo disco ma secondo me lo sa benissimo.

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