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Di Stazione in Stazione col Sottile Duca Bianco: alla scoperta di Station to Station. Uno dei capolavori di Bowie.

C’è un legame particolare che mi unisce  a questo particolare album, tra tutti quelli che costellano la lunga e brillante carriera di David Bowie. Ed è legato al mio primissimo approccio col “duca bianco”, che poi è anche alla base della spiegazione del fascino che, per decenni, l’artista David Bowie ha esercitato su milioni di appassionati in tutto il mondo.

Era il 1982, io avevo appena quattordici anni. Nel cinema della mia città, un vecchio “Cinema Paradiso” come tanti che costellavano i paesi di provincia ancora in quegli anni, arriva un film che aveva fatto molto parlare di sé per la sua crudezza: Christiane F. Noi ragazzi dello zoo di Berlino, un ritratto molto duro della vita di una adolescente berlinese che sprofonda nell’incubo dell’eroina, passando tutte le fasi del degrado, fino alla salvezza finale. Io, che mi affacciavo all’adolescenza, rimango al tempo stesso atterrito ed affascinato da questo mondo metropolitano, fatto di impersonali palazzoni popolari, di luci al neon, di corse notturne, di smarrimento e sballo, di visioni e di suoni. Di suoni e di musica. Musica rock. Ad un certo punto c’è la scena di un concerto, alla Deutschelandhalle di Berlino, Christiane va a vedere il suo idolo, l’idolo di molti adolescenti come lei, che per assomigliargli si tingevano i capelli con l’henne: David Bowie. Una musica torbida, suadente, complessa e al tempo stesso accattivante si diffonde: il brano, lo avrei scoperto solo anni dopo, era Station to Station. Rimasi completamente rapito dalla visione di quella sequenza del film. Avrei scoperto definitivamente Bowie solo un anno e mezzo dopo, con l’esplosione nelle classifiche di tutto il mondo di Let’s Dance. Ma il seme di quella passione era ormai piantato, e cresceva coltivato dai sogni che Bowie ha sempre solleticato: la diversità, l’alienazione, l’ambiguità culturale ed esistenziale, il divismo, l’essere “altro” rispetto alla vita comune. E pochi album racchiudono tutto ciò in maniera così affascinante come Station to Station.

registrato a Los Angeles verso la fine del 1975 e pubblicato nei primi mesi del 1976, Station to Station nasce nel periodo umanamente più controverso per David Bowie: osannato dal pubblico, coccolato dagli Stati Uniti nel quale ha sbancato le classifiche con Young Americans, Bowie è in preda alla più micidiali delle accoppiate: il successo e la cocaina.

In preda alla dipendenza da cocaina, isolato dal resto del mondo, sprofondato in quella culla per divi sballati che era Los Angeles negli anni 70, Bowie si crogiola nei suoi sogni e nei suoi incubi: l’occultismo, la cabala, la magia nera, l’esoterismo, la simbologia nazista.

Musicalmente parlando, se per un verso sente ancora il fascino della musica nera, del soul, della nascente discomusic, dall’altra sente nascere dentro di sé il bisogno di qualcosa di diverso: ascolta la nuova generazione di artisti tedeschi: i Kraftwerk, i Can, i Neu. Il bisogno di tornare alle radici del suono nuovo, al fascino decadente e futurista della mitteleuropa si fa sempre più insistente.

E così si chiude negli studi di registrazione insieme ad una band dalla matrice funky e dalla solidissima impostazione ritmica (Carlos Alomar alla chitarra ritmica, George Murray al basso, Dennis Davis alla batteria, Earl Slick alla chitarra e Roy Bittan al pianoforte), per perdersi in sessioni di registrazione interminabili, in cui Bowie, che ormai si nutre solo di peperoni verdi, latte e dosi massicce di cocaina, riesce a lavorare anche per più di 24 ore di seguito.  Dorme fino alle 3 del pomeriggio, si reca in studio, e ci rimane chiuso fino al giorno dopo, costruendo strati su strati musicali, in una fissazione quasi paranoica per la complessità dei suoni, mettendo a dura prova la resistenza dei suoi compagni di viaggio.

Il risultato è un album, paradossalmente, alquanto breve: sei brani, meno di 40 minuti di durata. Ma in quei sei brani è condensato l’intero mondo musicale di Bowie, un album che riesce a coniugare mirabilmente e in maniera bizzarra l’america e l’europa, il soul ed il krautrock, il presente ed il futuro, intessendo il tutto con testi che parlano di magia, di isolamento, di desiderio di amore, di alienazione televisiva, di ricerca della fede.

La title track, è un capolavoro a sé stante. L’album si apre con lo sferragliare di un treno, che passa lungo l’intero arco sonoro, omaggio aperto ai Kraftwerk di Autobahn. La chitarra lancinante di Earl Slick introduce in un intro musicale lungo più di tre minuti, in cui si insinua una sorta di mantra musicale oscuro ed affascinante, che si ripete all’infinito e cattura l’attenzione, finché non entra la voce di Bowie, con uno degli esordi più drammatici e cinematici che abbia mai scritto: “Il ritorno del Sottile duca bianco, che lancia dardi negli occhi degli amanti…”. La prima parte del brano si dipana tra immagini fortemente simboliche e riferimenti cabalistici all’albero dei Sephiroth: “Eccoci qui, un movimento magico da Kether a Malkuth”, dove Kether è il punto più alto e astratto dell’albero della Vita mentre Malkuth è la terra, la fisicità. Ed il viaggio “di stazione in stazione”, come ha spiegato lo stesso Bowie è non solo il viaggio dall’America all’Europa, ma è anche il viaggio tra le Stazioni della via crucis. Poi il ritmo cambia, si fa più veloce e frenetico, e i versi sembrano uscire dalle labbra di un dandy distaccato e malinconico che brinda alla salute di un’ipotetica amante, “Non sono gli effetti collaterali della cocaina” ammette Bowie, “penso si tratti di amore”. E qui il brano, lunghissimo ed entusiasmante, si fa ancora più frenetico, nel suo refrain conclusivo “E’ troppo tardi per essere riconoscenti, E’ troppo tardi per essere ancora in ritardo, e’ troppo tardi per essere pieni di rancore, il Canone Europeo è qui!”. Immaginate le interpretazioni dal vivo di questo brano. Palco nero, luci bianche accecanti. Abito nero classico, panciotto, camicia bianca, un pacchetto di gitanes dal taschino, i capelli rossi fiammanti, pettinati in maniera classica con la brillantina che contrastano col pallore del viso. Bowie diventa a tutti gli effetti “il sottile duca bianco”.

Golden Years, il secondo brano, è una splendida canzone pop dagli accenti elegantemente soul, cantata da un crooner nostalgico e disincantato che da dei consigli alla sua protetta “fuggi dalle ombre in questi anni d’oro…”.

Word on a Wing è una delle più sconcertanti preghiere in musica mai scritte. Dal fondo delle sue farneticazioni mistiche e occultistiche, Bowie guarda ad una luce e si rivolge direttamente al “Signore”, per cercare “di trovare un posto nel tuo Ordine delle Cose”.

TVC 15 è una sorta di favola paradossale sul potere ipnotico della televisione e sull’alienazione moderna, mentre Stay si dilunga in uno splendido riff funky, che accompagna le parole più desolate dell’intero album “Questa settimana si è dispiegata al mio fianco così lentamente, i giorni sono caduti in ginocchio. Forse prenderò qualcosa per aiutarmi, spero che qualcuno mi venga incontro…”.

L’album si conclude con una splendida cover di un classico di Dimitri Tiomkin, Wild is the Wind, di cui è celebre l’interpretazione di Nina Simone. Bowie ne da una interpretazione splendidamente melodrammatica, intensa ed enfatica. Conclusione eccellente per un album fondamentale.

Brian Eno, parlando di Low, l’album che avrebbe seguito Station to Station, ha detto “COnsidero Low davvero la continuazione di Station to Station, che penso sia uno dei più grandi album di tutti i tempi”.

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