DEPECHE MODE @ Unipol Arena, Bologna

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Depeche Mode
Unipol Arena, Bologna
22/02/2014

Se, imitando Woody Allen in “Manhattan”, dovessi elencare una dozzina di cose per cui vale la pena vivere, nella mia lista non potrebbe mancare un concerto dei Depeche Mode. Li ho amati alla follia negli anni ’80, in quel periodo della vita in cui con la musica tendi ad avere un rapporto viscerale, quando è lei a dare un nome ai tuoi stati d’animo e le etichette all’archivio della tua esistenza. Il sentimento, come spesso accade, si è un po’ annacquato col tempo anche se non li ho mai persi di vista.

Oggi la loro esibizione live ha riacceso l’antica fiamma in tutto il suo vigore. Sarà perché la setlist, senza trascurare gli sviluppi recenti, elargisce dosi generose dei pezzi storici (“gli piace vincere facile”, si potrebbe dire) o perché il sound, potente e variegato, è valorizzato dall’acustica perfetta. O forse perché la Unipol Arena è stipata di gente che conosce quasi tutte le canzoni a memoria e questa comunanza è elettrizzante. O magari per via di quel tarantolato di Dave Gahan che, passato il mezzo secolo di vita, è ancora una bestia da palcoscenico: intenso, ironico, caloroso, instaura un rapporto fisico e a tratti pornografico con un pubblico che lo adora. Piroetta sul palco, allarga le braccia come a stringere la platea, si esibisce in ancheggianti défilé sulla passerella, mostra orgoglioso il proprio busto tatuato e sudato, ride e sorride e si diverte.

Dopo un’intro a base di elettronica e percussioni, il concerto si apre con il sound minimale e tenebroso di “Welcome To My World” mentre scritte che imitano il gesso sulla lavagna riempiono gli schermi alle spalle dei musicisti con le parole della canzone. È un invito a entrare, in punta di piedi, nel mondo dei Depeche Mode. Segue l’ipnotica “Angel”, sempre tratta da DELTA MACHINE, l’ultima fatica della band. Un disco non facile, poco orecchiabile, apparentemente monocorde con le sue trame elettroniche scarne e rarefatte e il massimo risalto alle sfumature emotive della voce. Ci vogliono molti ascolti per assimilarlo e, per quanto mi riguarda, comincio ad apprezzarlo davvero in questa occasione. La prima scarica di energia arriva con “Walking In My Shoes”, cui segue l’accorata “Precious”, mentre negli schermi scorrono immagini di cani solitari. Il concerto è una gioia per gli occhi, oltre che per le orecchie, anche per chi come me non ha avuto la prontezza di accaparrarsi il parterre, volatilizzatosi nel giro di un’ora dalla messa in vendita dei biglietti. Sono praticamente in piccionaia ma posso godermi le immagini dei musicisti sui maxischermi dove si avvicendano filmati, geometrie luminose e dettagli dal palco.

Dopo “Precious”, eccoli, i “miei” Depeche: ecco quel pezzo monumentale che è “Black Celebration”. La musica si libra a un livello ultraterreno, mentre luci bianche e color sangue punteggiano il nero ricordando i colori dell’album capolavoro del 1986. Il palco si tinge di rosso e con un salto in avanti di dieci anni si passa a “In Your Room”, dopo di che un invito a battere le mani all’unisono ci riporta indietro alla maestosa “Policy Of Truth” culminante con un Dave a petto nudo che mima un amplesso con l’asta del microfono come fosse un palo della lap dance. Dopo questo momento “hot”, Martin Gore, che fin qui si è alternato alla tastiera e alla chitarra, sostituisce Dave alla voce e, accompagnato dal piano, esegue una versione intensa e sensualissima di “Slow” cui seguono i dolci sussurri di “Blue Dress”. Non ci sono dubbi sulla versatilità della band, che passa con disinvoltura da pezzi incendiari ad attimi di delicata introspezione come questi.

Si torna all’ultimo disco con “Heaven”, finché due colpi imperiosi al rullante e un ostinato di sintetizzatore potentissimo sembrano voler far sobbalzare la marea di gente, scardinare la struttura stessa dell’arena. Ci scateniamo con un altro brano epocale: “Behind The Wheel”, finché parte la riconoscibilissima smorfia di chitarra distorta ad annunciare un pezzo che surriscalda ulteriormente l’atmosfera: “A PainThat I’m Used To”. Ormai Dave può riposare le corde vocali e lasciar cantare noi. I cori esplodono su “A Question Of Time” e, fin dalle prime note, “Enjoy The Silence”, incendia letteralmente l’arena. E’ il momento forse più alto del concerto, che raccoglie dodicimila persone in un corpo e in una voce sola. Un’intro liturgica anticipa “Personal Jesus” che viene proposta al ralenti e si interrompe lasciandoci nel terrore che non venga eseguita nella sua classica versione galoppante, ma poi riattacca come una furia, con il suo riff incalzante di chitarra dal sapore western e la geniale ironia delle liriche. Arriva il momento di tirare il fiato e Martin torna a calmarci adagiando la sua voce sul pianoforte per un’intima versione di “Judas”.

Torna Dave ma l’atmosfera rimane raccolta con la dolcissima “Halo”. “And when our worlds they fall apart…  when the walls come tumbling in… ”: è quasi una confessione a due, un momento di infinita tristezza. Ma ecco che con “I Just Can’t Get Enough” passa la paura e saltelliamo senza vergogna. The good old eighties, chi ha detto che sono stati un decennio da dimenticare? Si cambia tono con “I Feel You” per chiudere con la mia canzone preferita di sempre, “Never Let Me Down Again”, magnifica dal vivo ma forse più adatta alla solitudine di casa. Un viaggio con gli occhi pieni di lacrime, un pozzo nero in cui lasciarsi cadere e la mano tesa in aiuto. Esco con la sensazione di non vedere un concerto così bello da una decina d’anni. Non sono proprio dieci, era il 2006 ed erano sempre loro.

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