DAVID BOWIE – THE NEXT DAY

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the next day01 DAVID BOWIE   THE NEXT DAY

 

EXCLUSIVE ALBUM REVIEW – DAVID BOWIE – THE NEXT DAY
di Daniele Pensavalle

THE NEXT DAY 1.0 – Come poter giudicare il nuovo album di David Bowie uscito dopo “appena” 10 anni di silenzio in sole 2 ore? Ci vorrebbe il  vademecum del buon recensore, una guida, un manuale che possa aiutarmi nonostante io mi nutra di pane e Bowie da 25 anni. In due ore di ascolto ho cercato di carpire  pregi e difetti, punti eccelsi  o mediocri di questa nuova opera. Partiamo intanto dalla cosa più importante : BENTORNATO Mr BOWIE! Il solo essersi riaffacciato al mondo musicale è già un punto a favore.
Ho avuto la fortuna di poterlo ascoltare in anteprima, ben 22 giorni dall’uscita accettando un patto di riservatezza siglato con il sangue icon smile DAVID BOWIE   THE NEXT DAY . Mi sono recato a Milano presso gli uffici della Sony Columbia dove vengo “schedato” all’entrata e accompagnato nell’ufficio dove seduto su un bellissimo tavolo ovale mi viene mostrato il CD, preventivamente custodito e chiuso in un cassetto a doppia mandata.  Mi viene consegnato il foglio con i titoli dei brani contenuti (ma chiaramente già editi) e la comunicazione che l’ascolto è inerente alla Deluxe Edition, quindi tutti i 14 pezzi che compongono l’album più i 3 del bonus cd.  Eviterò di addentrarmi nei tecnicismi, poiché con un solo ascolto non è possibile farlo, cerchèrò invece di darvi una prima lettura emozionale dei pezzi. L’album nel suo complesso si rivela in parte in quello che mi aspettavo, un ottimo prodotto per i neofiti, un discreto prodotto per lo zoccolo duro degli amanti del Duca Bianco. La voce sembra non essere stata intaccata dal tempo anzi in certi momenti risulta più sicura che nei precedenti lavori. L’album risente sicuramente del troppo tempo passato, alcuni dei suoi brani come “The Next Day”, “Love Is Lost”, “How The Grass Grow?”, “Valentine’s Day”, “Dancing Out In Space”,  “So She”, “Plan” sono forse i primi ad essere stati scritti appena dopo il ritiro dalle scene, quindi risentono ancora di una forte influenza di Heathen e Reality e per alcune cose addirittura sonorità che ricordano Hours, quindi, non il meglio del repertorio bowiano.

the next day DAVID BOWIE   THE NEXT DAYUn esempio  il brano di apertura “The Next Day” assomiglia un po’ troppo a “New Killer Star” senza però avere il tiro del singolo trascinante che lo ha preceduto. “Where Are We Now?” scelto come primo singolo e pubblicato il giorno dell’annuncio dell’uscita dell’album è un bellissimo brano lento con un altrettanto bellissimo testo, molto malinconico e riferimenti a tempo passato a Berlino, per certi versi anche “inquietante” se all’ascolto si abbina il video. A carte scoperte “Where Are We Now” si rivela un valore aggiunto e sicuramente una perla di limpida natura, scelta appositamente per rendere ancora più evidente il contrasto con quello che è lo sviluppo del suo nuovo lavoro. “The Stars (Are Out Tonight)” è un brano che mi lascia perplesso, sicuramente accattivante, facile, radiofonico, anche questo accompagnato dal video dall’amica Floria Sigismondi che già in passato aveva firmato due video tratti da Earthling “Little Wonder” e “Dead Man Walking”. In questo brano spiccano degli arrangiamenti più curati e ricercati. “Dirty Boys” inizia come Nightclubbing di Iggy Pop, ritmo down beat sincopato e comparsa dell’elemento che positivamente accompagnerà più brani di questo album : il sax baritono suonato dal saxofonista Steve Elson che accompagnò Bowie durante il Saturday Night Live e nella tourné del Serious Moonlight Tour nel 1983. “If You Can See Me” è fantastica, per chi come me ha amato alla follia “Outside”, questo brano poteva tranquillamente essere il brano trascinante nelle sue note ed intermezzi drum ‘n’ bass dai quali riecheggiano echi da Lodger e soprattutto da un brano di Let’s Dance: Ricochet, che non la sminuisce per nulla, anzi la rieleva positivamente. “I’d Rather Be High” segue a ruota, ritmo alto e venature alla “Thru’ These Architect’s Eyes”, quindi attenti alle tonalità della voce, filtrata o meno che sia, interessante. Si torna alla melodia, “Boss Of Me” ha in se un’atmosfera cupa alcune note rimandano direttamente a “When The Wind Blows” brano scritto per la colonna sonora di un film animato che raccontava la storia di un fall out nucleare. A rendere molto intrigante il pezzo il predominante uso del sax baritono. La traccia 12 “(You Will) Set The World On Fire” mi fa sobbalzare sulla sedia, riecco il Bowie dei Tin Machine, ma dei Tin Machine II, molto rock e con ampie aperture melodiche.

Gli ultimi due brani dell’album sono due piccoli capolavori. “You Feel So Lonely You Could Die” un brano lento struggente, per me tributo diretto a Leonard Cohen con la sua Hallelujah.  Brano che poteva essere inserito in Young Americans per i suoi cori soul finali, che sfuma ma non finisce, riprende forza per dare il La all’ultimo atto. “Heat” ne sono sicuro è quella che tutti noi ammiratori di Bowie ci aspettavamo e volevamo, quella che mi fa pensare che David Bowie ha ancora qualcosa da dire. Questo brano è un turbolento viaggio a ritroso, atmosfera tetra, dal testo si intuisce qualcosa che ci riporta al medioevo, il ritornello “My father and the prison” o “And I tell myself, I don’t know Who I’m” ripetuto anche solo dopo 2 ascolti ti rimane dentro e scava profondamente. L’inizio elettronico riprende Low per passare ad Outside, la voce potrebbe essere quella di Scott Walker, i violini lacerano la carne e di luce non se ne vede fino a quando nel finale Bowie imbraccia la sua 12 corde rimarginando le ferite causate dall’ascolto. Dulcis in fundo i brani dal bonus cd, che riassumo in un concetto:  che senso ha pubblicare brani così? Per dirla alla Simona Ventura : non mi sono arrivati … Non per snobbismo ma mi risulta difficile a volte comprendere quale possa essere l’idea che sta dietro alla produzione di simili brani. Nel veloce ascolto altra particolarità non da poco e che tutti i pezzi dai più “pop” ai più “rock” ai più “alternative” hanno delle chiusure molto più articolate, sfociano spesso in tratti psichedelici offrendo nuove chiavi di lettura dei pezzi ed alzandone la qualità.  Se devo muovere una seria critica a questo album non è tanto sul lavoro di Bowie ma piuttosto in quello che in questi anni lo segue: Tony Visconti. Tanto di cappello per un producer che ha firmato alcuni dei capolavori di Bowie ma penso che sia arrivata per lui l’ora di appendere il mixer al chiodo o di riporlo in cantina quindi il duca farebbe bene a sbarazzarsene al più presto e seguire più i suoi istinti primordiali che mai lo hanno tradito.  In complesso, come già espresso in precedenza, è un disco molto variegato di duplici nature, Bowie è riuscito nel suo intento di riaccendere quella fiamma che da troppo tempo è rimasta spenta, l’importante adesso al di la delle preventive valutazioni musicali è che BOWIE IS BACK ONCE AGAIN!!!

VOTO – 4/5 (in fiducia…)

 

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