David Bowie Bash

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BOWIE BASH 2014
di Francesca del Moro

Per quale motivo organizzare una settimana di eventi per festeggiare il compleanno di David Bowie? Che domande, perché siamo fan. Cos’altro se non l’amore ossessivo per il duca bianco potrebbe spingere l’editore di Sound&Vision Daniele Pensavalle a organizzare il Bowie Bash da ormai sedici anni? Un evento che quest’anno è stato peraltro ricompensato da un’ampia citazione sul sito ufficiale dell’artista. Vicina a Daniele per fanatismo anche se verso altri idoli musicali, ho accettato con gioia il suo invito a partecipare, con il gruppo di artisti e poeti bolognesi Memorie dal SottoSuono, nella formazione trio che vede me e Martina Campi alla voce e Mario Sboarina al sax e alle tastiere. Per l’occasione abbiamo portato una rilettura in chiave poetico-musicale e con testi tradotti in italiano di OUTSIDE, l’album del 1995 che utilizza la tecnica del cut-up per affrescare un universo lynchiano incentrato sull’omicidio come forma d’arte. L’evento di sabato 11 gennaio, approdo e festa finale di una kermesse che ha coinvolto svariati artisti e locali a partire dal 5 gennaio, è presentato dalla locandina in stile pop art di Fabio Baggio e viene ospitato dai Revolutions studios di Molvena. Qui si danno appuntamento, a partire dalle 16 fino alle prime luci del mattino, varie forme d’arte, che si alternano e si armonizzano in un grande inchino a questo artista di cui sono in qualche misura debitrici.

Gli spazi accoglienti, dove lo staff ci fa immediatamente sentire a casa, lasciandoci respirare gioia di vivere, eterna adolescenza e passione per l’arte, sono decorati da gigantografie di David Bowie: il suo sguardo penetrante bicolore ci punta dalla sua lontana giovinezza e non manca di affascinarci, vicino a un più recente ritratto di Lou Reed, di cui oggi si ricordano la collaborazione con Bowie e la recente scomparsa. Fotografia, dunque, ma anche musica, letteratura, cinema e perfino arte culinaria. Si comincia con la proiezione del documentario “Five Years”, uscito lo scorso anno per la regia di Francis Whately che, prendendo spunto dalla celebre canzone, ci fa viaggiare nel tempo attraverso gli anni 1971, 1975, 1977 e 1983, i più importanti della carriera di Bowie. Nel frattempo viene allestito un sontuoso banco aperitivi a cura di Clo’s Art Room, con la proposta di favolose creme vegan da spalmare su soffici panini che spariscono in un batter d’occhio. Una delizia, e una bella idea quella di abbinare ogni crema a una fase della carriera di Bowie, offrendone una mini-recensione insieme alla ricetta. L’appuntamento con la letteratura coincide invece con la presentazione della graphic novel “David Bowie – L’uomo delle stelle”, a firma di Lorenzo Bianchi e Veronica Veci Carratello che, intervistati da Camilla Fascina, ottima presentatrice per tutto l’evento, discutono della genesi del progetto proiettando alcune tavole in anteprima. Al termine dell’incontro, Veronica B. si rende disponibile a realizzare schizzi-regalo per il pubblico presente. Ed è la volta della musica: oltre al nostro gruppo, prima della grande attrazione della serata si alternano sul palco quattro realtà molto diverse: si spazia dall’energia rock della Ghostway Band, che offre una rivisitazione trascinante dei classici di Bowie impreziosita dal ruolo di primo piano attribuito alla tromba, alla giovane promessa indie-folk Veronica B. che, accompagnata da Teho alla chitarra, lascia brillare la sua  voce particolare che mi ricorda una delle mie cantautrici preferite di sempre: Joanna Newsom.

Particolarmente originale è l’intervento di Camilla Fascina che, accompagnata dal pianista Luca Coretti, racconta una storia che ci trasporta nei molteplici mondi nati dalla mente dell’artista. Allieva di Lindsay Kemp, così come Bowie stesso, cura l’esecuzione dei brani anche sul piano dei movimenti corporei, offrendo suggestioni di teatro-danza che arricchiscono l’impatto della sua voce raffinata e potente. A questo punto arriva Giuseppe Piol, veterano del Bowie Bash, che rimarrà sul palco per oltre quattro ore fino al momento del DJ set che chiuderà l’evento. Spostandosi con disinvoltura dalla chitarra al piano, Piol offre una sequenza mozzafiato di canzoni eseguite impeccabilmente e in perfetto stile Bowie. Tutti bravissimi, ma un appunto è doveroso farlo: per il prossimo anno sarebbe opportuno confrontare le scalette e andare oltre i grandi classici per evitare di risultare troppo ripetitivi. Dalle hit si tende a non liberarsi, e questo non è mai un bene, perché si rischia di appiattire la visione di un artista invece di approfondirla. Un altro problema ha riguardato l’acustica non sempre perfetta, aspetto spesso critico nei festival che prevedono numerosi cambi palco e situazioni eterogenee. Nonostante queste pecche, le ore trascorrono piacevolmente fino al culmine della serata che viene raggiunto dalla star dell’evento: Morgan.

Non lo seguo da tempo, purtroppo la presenza di Simona Ventura mi provoca fastidiose eruzioni cutanee e questo mi costringe a perdermi le perle che dicono elargisca a piene mani a “X Factor”. Per vederlo nel salotto di Vespa non mi è bastato il cuore, le copertine dei rotocalchi con la sua ultima fidanzata mi evocano lo spettro di Gigi D’Alessio con Anna Tatangelo. Questa sua concessione alla mondanità ha portato molti a detestarlo, dimenticandosi di ciò che ha regalato alla musica. Lui lo sa e infatti non rinuncia a sfogarsi cogliendo tra l’altro l’occasione per fornire la propria versione dell’episodio di stage diving andato male a Bari. Come capita al giorno d’oggi, il video della caduta ha fatto il giro del web e gli internauti più raffinati si sono divertiti a sbeffeggiare e spesso insultare pesantemente l’artista. Qualche detrattore è presente anche stasera e Morgan risponde agli sfottò che partono dalla platea suggerendo di ascoltare altro e parlando di un buco culturale nelle loro teste. Arriva a far allontanare alcune persone che ballano, invitandole ad andare in discoteca. È arrabbiato, si vede anche da come aggredisce la tastiera del piano in certi momenti. Si capisce che vuole dimostrare qualcosa. Rivendicare la sua bravura, la sua cultura e il suo spessore artistico, spaziando da Bowie ai Velvet Underground, ai Talking Heads, fino a scivolare nella musica di Gershwin e Beethoven. Insomma, suona un po’ quello che gli pare. A un certo punto attacca una canzone che sulle prime non riconosco, tanto sembra fuori contesto: è “Through The Barricades”, degli Spandau Ballet. Ma dai, i famigerati anni ’80, che i musicofili con la puzza sotto il naso tendono a liquidare pressoché in toto. E non finisce qui: arrivano dosi generose di Duran Duran (gli amori della mia adolescenza) e una “Victims” dei Culture Club che mi fa quasi piangere, così come accadeva in quel lontano 1983. Chi altri se non Morgan potrebbe approfittare dell’ultima parola di “Wild Boys” per attaccare “Shine On You Crazy Diamond”? Il nostro dà poi il meglio di sé interpretando quelli che chiama i “suoi” Depeche Mode. Eh sì, sono anche i miei, quelli dell’inarrivabile BLACK CELEBRATION, di cui ascoltiamo “A World Full Of Nothing”. Un momento, ma non era una serata in onore di David Bowie e Lou Reed? Sì, ma come ho detto, Morgan canta quello che gli pare, inclusi alcuni dei suoi migliori pezzi, tra cui la stupenda “Altrove” e uno dei picchi della produzione dei Bluvertigo, “Cieli neri”.

Basterebbero queste due canzoni e la mia preferita di sempre, “Le ragioni delle piogge” (l’ho invocata invano strillando sotto il palco) a farmi dimenticare “X Factor”, Bruno Vespa e qualunque altra baggianata possa aver fatto o detto questo musicista con la M maiuscola. Sono in piedi da molte ore, ho viaggiato, ho vissuto l’adrenalina del palco, ma non mi perdo un attimo di Morgan. Mi rapisce letteralmente: è tutto nervi, passione e sincerità. Qualcuno ha parlato di piano bar di lusso, altri hanno notato stonature ed esecuzioni non proprio impeccabili. Io so solo che mi ha dato quello che chiedo a un concerto: l’artista che si mette in gioco, che si mette a nudo, un passaggio di calore, di emozioni vive, il senso di essere insieme, la spontaneità e, perché no, una buona dose di rischiosa improvvisazione. Se voglio musica perfetta me ne sto a casa e mi sento il disco. Il live deve trasmettere anche altro, e nel set di Morgan c’era abbastanza da farne un’esperienza indimenticabile. E quel suo spontaneo e un po’ infantile perdere le staffe me lo ha fatto amare ancora di più. Insieme a lui c’è stato sempre Giuseppe Piol, instancabile, sempre pronto a capire dove Morgan sarebbe andato a parare nel suo saltellare attraverso decenni di musica. E anche Camilla Fascina li ha raggiunti sul palco a un certo punto, per contribuire con la sua voce preziosa. La performance è stata talmente elettrizzante che ho perfino recuperato le energie per ballare durante il Deejay set.

CI VEDIAMO IL PROSSIMO ANNO!

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