CineReview: MIRACOLO A LE HAVRE

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CineReview
MIRACOLO A LE HAVRE
Regia: Aki Kaurismaki

Speravo di poter andare di più al cinema in questo periodo. Non ce l’ho fatta. Peccato! Nonostante tutto posso dire di aver visto tre film, per motivi diversi, parecchio interessanti: “Miracolo a Le Havre” di Aki Kaurismaki,  “Midnight in Paris” di Woody Allen e “The Artist” di Michel Hazanavicius e come capita spesso quando si hanno troppe alternative, ho avuto qualche difficoltà nello scegliere su quale dire qualcosa. Scegliere significa essere disposti a rinunciare, come ben si sa, e allora… a quali film, mi sono detta, posso dire di no? Nonostante io ami in modo particolare sia Parigi che Woody Allen, reputo che di questa pellicola si possa anche non parlare. Probabilmente è più facile trovare recensioni di questa commedia romantica che non del realismo poetico di Kaurismaki o del coraggio di Hazanavicius nel girare un film muto nel 2011. Quindi, perché aggiungere altre parole? Inoltre il mio piacere nella visione di questo film forse è dovuta anche alle splendide inquadrature di una città (in buona parte questo film è dedicato a Parigi) per la quale nutro un’incontenibile passione manifestatasi molti anni fa, e che ancora mi tiene compagnia, e non tanto alla bellezza del film in sé. Quindi vorrei evitare di una sorta di esternazione emotivo-cinematografica. Restano dunque “Miracolo a Le Havre” e “The Artist”. Due gran bei film. La tentazione di scrivere su quest’ultimo è stata molto forte, soprattutto perché il film muto è semplicemente straordinario e in questo caso il regista ha avuto un coraggio non comune nel proporlo in un’epoca super tecnologica come la nostra, fatta di 3D visivo e sonoro, dando vita ad un film perfetto.

miracolo01 700x465 CineReview: MIRACOLO A LE HAVREOperazione tra l’altro che denota una conoscenza molto precisa e attenta dei classici hollywoodiani degli anni 30 (e non solo) ai quali Hazanavicius ha voluto rendere omaggio. Bellissima la regia e indimenticabili le scene iniziali che mostrano il cinema nel cinema ai tempi in cui la colonna sonora era suonata direttamente in sala. La prevedibilità della struttura narrativa – un po’ di melò, la storia d’amore, la fortuna e l’ascesa di chi parte dal nulla ma ha un animo buono, la caduta di chi orgogliosamente non sa cambiare se stesso e l’immancabile lieto fine – non disturba affatto, ma anzi, per effetto di una sorta di transfert riporta lo spettatore a ritrovare quel giusto sentimentalismo, che in fondo gli fa tanto bene all’animo. Da non dimenticare poi la parte recitata dal cagnolino. Attore superlativo. Veniamo però al nostro Kaurismaki, al quale non ho saputo rinunciare. Lui si definisce il regista più pigro del mondo e questa caratteristica traspare con assoluta evidenza nei suoi film: dialoghi scarnificati di poche battute, minimalismo scenografico, essenzialità esasperata (anche se non di pigrizia si tratta). “Nel mio cinema ci sono tre regole fondamentali. Il primo giorno di riprese parlo con i miei attori e dico loro: ‘qualsiasi emozione o passione abbiate dentro di voi, dovete essere in grado di tirarla fuori soltanto alzando il sopracciglio destro’. Poi gli impongo di non muoversi troppo: ‘non dovete fare come dei mulini a vento!’. E poi gli spiego anche che nei miei film nessuno deve correre o sorridere. In pratica limito parecchio il loro lavoro”. Questo è ciò che afferma il regista finlandese parlando del suo modo di lavorare.

Nonostante ciò i suoi film sono molto densi e parlano al cuore delle persone, e a dispetto di quanto afferma il regista, si vede che alle sue spalle c’è una sapiente capacità di usare la macchina da presa unitamente ad una ricca gamma di riferimenti culturali, e anche in questo caso non espliciti e autocompiacenti, ma visibili solo a chi è radicalmente immerso nella storia del cinema. Miracolo a Le Havre è un film bellissimo che racconta la storia di un lustrascarpe dall’animo naif e dal passato bohemien, che nonostante le difficoltà col suo lavoro, cerca di aiutare un ragazzo africano, immigrato clandestino, a raggiungere la madre in Inghilterra. In questa trama si inserisce la grave malattia della moglie, l’aiuto dei compaesani e il duplice miracolo finale (che nel titolo originale non era giustamente esplicitato). Una bella favola d’Amore metropolitana raccontata in modo non stucchevole e misurato ma piuttosto dolcemente malinconico. È un film in cui si incontrano magistralmente poesia e disincanto, attualità e ambienti retrò, pessimismo e speranza cuciti assieme da un filo sottilmente ironico. Di un’ironia nordica, ovviamente. Se non fosse per alcuni dettagli, quali l’uso del cellulare in una scena girata all’interno di  un autobus, il film potrebbe essere tranquillamente ambientato negli anni ’50 entro un’atmosfera quasi surreale. Ma questa è la maniera kaurismakiana e la bellezza dei suoi film risiede, oltre che nella storia e nel modo di raccontarla, nell’espressività dei volti degli attori, persone che nulla hanno a che vedere con lo star system ma finalmente delle persone “normali”, a volte addirittura caricaturali. Come dimenticare le facce degli avventori del bar di quartiere o la stupenda immagine del cantante rock-da-sagra-paesana impersonata da uno stupefacente “Little Boy”?

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