Christian Rainer – Any Kind Of Drug For Just One Kind Of Love

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Christian Rainer

Any Kind Of Drug For Just One Kind Of Love

Foto: Angelo Sindaco.

Etichetta: Minus Habens
Uscita: settembre 2015

Tracce:

Buried (Intro)
People Of Jubilee
65 Million Years Of Solitude
Unawakened Music
Shining To The Death
Compunction
Strong Enough
Sterben
Wolfe’s Mouth / Ascension

 

L’eutanasista clandestina dalla ferrea morale e l’anziano che voleva morire sono ormai amici quando si diffondono le prime note di piano Rhodes di una canzone che non si può dimenticare. Cerco i crediti tra i titoli di coda del film MIELE, opera prima di Valeria Golino alla regia, e indovino che si tratta di Stranger di Christian Rainer. Lo ascolto in rete e vengo subito catturata dalla voce sinuosa, profonda, calda e scura che si sprigiona tra gli archi e il pianoforte. Mi fa pensare a un incontro tra David Sylvian e Leonard Cohen ma l’impatto emotivo che esercita è intossicante e assolutamente unico. L’album che contiene il pezzo in questione, TURN LOVE TO HATE (2008), è un susseguirsi di sontuose atmosfere, intrise di calore e malinconia, in cui si percepiscono svariate influenze: dal tocco luciferino di Nick Cave alla sensualità decadente di Bryan Ferry, dagli chansonniers francesi all’emozionante minimalismo di Satie.

Any Kind 250x250 Christian Rainer   Any Kind Of Drug For Just One Kind Of LoveL’eclettismo di questo artista è sorprendente così come lo sono i risultati ottenuti confrontandosi di volta in volta con stili così diversi. Scrittore, regista, artista visivo con all’attivo una serie impressionante di opere, come musicista e compositore Christian Rainer si è cimentato tra l’altro in colonne sonore e in varie collaborazioni, come quella con i Ronin per il loro album omonimo. Oltre al già citato TURN LOVE TO HATE, tra i suoi lavori spiccano due autentici gioielli. Il disco di esordio, MEIN BRAUNES BLUT (2002), è un’ammaliante opera cameristica che alterna tormentati brani lirici in lingua germanica ad avvolgenti melodie pianistiche. Nel 2007 esce HOW THIS WORLD RESOUNDS, realizzato insieme alla band aretina Kiddycar, in cui la voce da crooner più che mai vicina al modello di Gainsbourg accarezza il canto sensuale di Valentina Cidda tra seducenti linee di violoncello, pianoforte e chitarra elettrica, e percussioni dal sapore tribale.

Qualche mese fa e a distanza di ben 7 anni dall’ultimo album, è uscito per l’etichetta Minus Habens il nuovo disco, ANY KIND OF DRUG FOR JUST ONE KIND OF LOVE, realizzato con il supporto, tra gli altri, di due membri della band Vivianne Viveur e di Francesco Chimenti, violoncellista dei Sycamore Age. Anche se l’album, come suggerisce il titolo, fa confluire in un unico tema diverse estetiche già sperimentate e ripercorre ancora una volta secoli di storia della musica alternando brani cantati e strumentali, si tratta di un’opera molto diversa dalle precedenti. Le atmosfere si alleggeriscono, i colori sono più chiari e la voce stessa muta radicalmente: si addolcisce, si assottiglia e sconfina nel falsetto. Gainsbourg e Cohen lasciano il posto a David Sylvian e Morrissey.

Gli intenti sono in linea con l’ultima personale dell’artista, IL SILENZIO E LA LODE, un percorso che si propone di far emergere il lato invisibile, spirituale delle cose, celebrando il creatore attraverso la creazione e al tempo stesso spogliandolo di qualunque veste antropomorfa. Allo stesso modo il disco rifugge l’autoreferenzialità per ambire a una dimensione sovra-individuale. Ritenendo poco utile per gli altri e per se stesso esprimere le proprie emozioni in una sorta di autocelebrazione, l’artista è passato, istintivamente e gradualmente, a offrire una visione del mondo, un approccio universale alla vita. Le categorie spazio-temporali saltano e, in una reductio omnium ad unum, l’intimità si accorda al respiro del cosmo. L’alchimia rappresenta un duplice strumento di indagine, da un lato della realtà fisica, dall’altro dell’evoluzione verso uno stato di purezza. La rinuncia a sé che conduce alla redenzione è frutto tuttavia di un cammino non privo di asperità: il distacco dal mondo secolarizzato – nelle parole di Christian, un film mediocre che non ci è dispiaciuto – comporta tensioni e un’inquietudine che si fa palpabile nelle 9 tracce.

Replicando la struttura del precedente TURN LOVE TO HATE, il disco si apre con una intro di violoncello solo di ispirazione barocca, che richiama la sensibilità tormentata dell’album di esordio. Uno sforzo per districarsi dalle tenebre poi squarciate dalla traccia numero 2, People Of Jubilee, un rock psichedelico tra Pink Floyd e Nick Cave, quest’ultimo evocato fin dal titolo. In un’alternanza di pieni e vuoti il ritmo si placa nella ballata folk di ascendenza medievale 65 Million Years Of Solitude: un intreccio di voce e chitarra dolcissimo e intenso come i capolavori di Elliott Smith, allargato sul finire dall’intervento dell’organo. Su questo momento di raccoglimento scende un’ombra di malinconia con il piano minimale di Unawakened Music, che approfondisce il tema della solitudine universale. Uno sprazzo di luce arriva con Shining To The Death, potente ballad rock immersa in un’orchestrazione sinfonica.

Compunction è un incanto di chitarra arpeggiata e pianoforte, che ricorda i primi lavori di Maximilian Hecker. Le linee melodiche di pianoforte fanno le veci del cantato mentre la voce si insinua con vocalizzi allungati nel loro riverbero in modo da spalancare una spazialità diffusa da chiesa romanica. Briosamente pop è invece il brano seguente, Strong Enough, che evoca un’atmosfera festosa e scampanellante da ballo paesano. Sfacciatamente morrisseyana, la voce che a volte scivola nel falsetto volteggia insieme ai cori femminili su un impasto di archi, basso, campane tubolari e batteria. Il ritmo si raffredda nell’incedere straniante del pianoforte riverberato di Sterben, attraversato da lampi di angoscia.

L’irrompere delle percussioni annuncia Wolfe’s Mouth, in cui il canto accorato confligge con il vigore epico della strumentazione rock finché tutto si spegne all’unisono, dissolto in un lago di sonorità dal sapore wagneriano. Ideale contrappunto alla intro, Ascension è l’epilogo che compie il passaggio dal buio alla luce, culmine di un’ascesa dantesca al paradiso dove il mistero si disvela e la lingua non può seguirlo.

Christian Rainer è un artista complesso e toccante, allergico all’autoreferenzialità anche nel modo di porgere la sua opera. Per quanto mi riguarda, è stata la scoperta più bella dell’anno appena trascorso, un dono che non posso fare a meno di condividere.

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