Carlo Maver

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Carlo Maver
ITC Teatro di San Lazzaro di Savena-Bo
Lunedì 5 Maggio ore 21

Commistioni tra jazz, tango e musica africana? Flauto traverso e bandoneón, ovvero una particolare fisarmonica, strumento fondamentale delle orchestre di tango argentine? Non è proprio il mio genere, ma a volte è bene provare ad andare oltre i propri limiti.
Così, accetto l’invito di un’amica al concerto che Carlo Maver tiene al teatro ITC di San Lazzaro per presentare il suo terzo disco, TRACCE D’AFRICA, insieme al gruppo che stasera comprende ben sette elementi: Pasquale Mirra al vibrafono, Giancarlo Bianchetti alla chitarra acustica ed elettrica, Davide Garattoni al basso elettrico, Roberto Rossi alla batteria e percussioni e, come special guest, Achille Succi al clarinetto basso, sax contralto e flauti etnici e Silvia Donati alla voce, oltre allo stesso Maver ai flauti traversi e bandoneón.
Per prepararmi ascolto il materiale presente in rete e tratto dai primi due album, SPAESAGGI e 12 NODI, che con mia grande sorpresa mi cattura immediatamente. In queste sonorità riconosco la viscerale intensità che amo e senza fatica mi lascio affascinare dalle atmosfere e dai paesaggi in cui la musica mi accompagna. Del resto, il viaggio è il leitmotiv della musica di Maver, nonché della sua vita. Ce lo racconta stasera, presentando le canzoni come tappe di un’evoluzione artistica che si snoda tra Africa e America Latina, toccando il Mali, il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina. Il pubblico che riempie il teatro ricambia le sue storie e la musica con grande calore, salutando con entusiasmo la fine di ogni pezzo e scambiando battute, a volte in dialetto, con lui che interagisce volentieri dal palco. Un sax soffiato pianissimo, delicati arpeggi di chitarra e un tremolio del bandoneón aprono il concerto con una musica esile che fa immaginare della sabbia sospesa nel vento, minimi rumori da spiaggia in una calma e malinconica giornata d’inverno. A poco a poco il sax si conquista un ruolo da protagonista, unendosi al basso e ai piatti in un crescendo di luce e suggestioni gitane. Così si apre il concerto e anche il secondo brano cresce a partire da un basso percosso con la bacchetta, cui si uniscono il flauto traverso, la chitarra arpeggiata, il vibrafono e un sax delicato accompagnandoci in un luogo oscuro, invaso da rumori tipo acqua e passi sull’acciottolato.
Da subito mi colpisce la capacità della musica di creare ambienti dei quali è possibile immaginare i minimi dettagli. Viene voglia di chiudere gli occhi e viaggiare con la mente ma non è meno affascinante osservare come i suoni nascano dagli strumenti e dalle mani dei musicisti. Il vibrafono a quattro battenti offre una gamma infinita di possibilità, da rumori impalpabili fino a momenti in cui lo strumento viene aggredito come la batteria in un pezzo rock. Si può ammirare la varietà dei fiati e studiarne le differenze in termini di foggia e suoni ma ciò che attira maggiormente l’attenzione è il trasporto con cui Carlo suona il bandoneón, con gli occhi spesso chiusi e rivolti verso l’alto.

carlo maver 560 Carlo MaverSembra di veder passare materialmente la sua energia dal corpo allo strumento che tiene tra le mani e che del corpo è come un prolungamento. La scoperta del bandoneón coincide per lui con l’incontro con Romualdi e Fabiani, come spiega introducendo la “Preghiera” a loro dedicata. Maver ha conosciuto a Buenos Aires questi storici accordatori del bandoneón, due marchigiani emigrati in Argentina negli anni ’40, al tempo in cui il paese era una meta particolarmente ambita.
Lo strumento del tango argentino è anche protagonista di tre brani che sfumano i confini tra Africa e America latina: un esperimento di afro-bandoneón, ovvero “Monsieur Couribaly”, che prende il nome dal professore di un villaggio del Mali, la prima persona ad accogliere Maver nel paese; “Rio de la Plata”, ispirato ai festeggiamenti per il carnevale in Uruguay accompagnati da tamburi suonati per strada; e infine un brano luminoso che “vuole giocare un po’ con l’Africa” e ha cambiato vari nomi fino a chiamarsi “Tubabu”, come gli uomini bianchi africani contrapposti ai neri Farafi.  Il bandoneón si unisce a un genere con cui ha ben poco a che vedere, ovvero lo choro – musica colta bianca brasiliana, dalla parola portoghese che significa lamento – creando quello che viene definito un “esperimento Frankenstein”. A uno strumento a fiato usato in parte del Brasile e suonato stasera da Achille Succi è invece dedicata “Pifanos” mentre i flauti traversi sono protagonisti della deliziosa “Afroflute”, eseguita dal solo Maver sovrapponendo melodie riprodotte in loop. Silvia Donati sale sul palco per cantare in portoghese la dolcissima ninna nanna “Boa Noite Leo”, che parla di come un figlio possa cambiare, nonché complicare, la vita. Un vibrafono più soffice che mai la accompagna mimando anche il pianto sommesso di un bambino e insieme a basso, batteria e flauto traverso sale man mano che il volto e la voce di Silvia passano dalla tenerezza alla gioia. Ed è forse sempre pensando al figlio che Maver ha composto “Pinocchio”, un pezzo così chiamato per la sua “legnosità”, dice lui, ma i cui ritmi saltellanti, complice il titolo, mi fanno pensare al Gatto e la Volpe intenti a deviare l’ingenuo burattino dal percorso verso la scuola. Il concerto si chiude in bellezza con un bis che vede tutti i musicisti sul palco. Sax, chitarra elettrica, basso, vibrafono e percussioni leggere avanzano sinuosi e cullanti insieme al canto di Silvia che cresce fino a spegnersi in un fischio insieme a un sax a effetto risacca accompagnato dal vibrafono. Ma non poteva essere che un brano dal ritmo tanguero dominato dal bandoneón a chiudere questo concerto: “Tana Milonga”. Una bellissima esperienza, con una sola, piccola pecca: è stata dura ricordarsi di essere in un luogo non adatto alla danza e dover trattenere il corpo che tendeva ad abbandonarsi alle lusinghe della musica. Poco male: i tre dischi di Carlo Maver sono ora nelle mie mani e avrò tempo per recuperare.

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