CAPAREZZA – Live report

Caparezza_BO

Caparezza,
Bologna, Parco Nord, Arena Joe Strummer
6 settembre 2014

Non posso certo dire che il concerto di Caparezza sia iniziato nel migliore dei modi per me. Intrappolata in una coda interminabile sulla tangenziale, ho tentato un percorso alternativo perdendomi per poi ritornare al punto di partenza, con molte più auto davanti e un avanzamento a passo di lumaca. Ok, non ve ne importa nulla lo so. Ma dovevo pur dire per quale ragione non ho idea di cosa sia accaduto nei primi 20 minuti del concerto. Quando sono arrivata ero ovviamente molto abbattuta per il ritardo ma mi sono consolata in fretta. Dopo una corsa per i prati che costeggiano l’arena Joe Strummer, faccio finalmente il mio ingresso sulle note sixties di “Giotto beat”. Uno dei pezzi dell’ultimo album, MUSEICA, che, devo ammetterlo, non mi ha convinta fino in fondo. Ascoltarlo è un piacere, come qualunque disco del genio di Molfetta, ma ho trovato piuttosto stucchevole l’impianto concettuale: 19 tracce che prendono come spunto e pretesto opere d’arte celebri per affrontare i temi cari al nostro. Una specie di “Storia dell’arte for dummies”.

Ciò nonostante il concerto di stasera non me lo sarei persa per nulla al mondo. E lo spettacolo è all’altezza delle aspettative. Tutto è curato fin nei minimi dettagli: alle spalle di una sontuosa scenografia, su un maxischermo scorrono immagini rielaborate di opere d’arte e altri video molto curati che non di rado distolgono l’attenzione dai musicisti sul palco. Caparezza è in splendida forma: maglietta e pantaloni neri, scuote la sua criniera dello stesso colore saltellando avanti e indietro con energia da vendere. Si concede siparietti da teatro-canzone e gag di ogni genere. Deve farle, dice. A volte fa ridere, a volte no. Ma è spassosissimo quando imita Frank Sinatra dicendo che canta canzoni tutte uguali che finiscono con una città a caso e intonando due pezzi in inglese biascicato che omaggiano rispettivamente New York e Sant’Agata Bolognese.

L’atmosfera sul palco è un misto tra un circo, un carnevale e uno spettacolo di cabaret. Non manca nulla: i musicisti indossano maschere e pupazzoni semoventi entrano ed escono dalle quinte. Di solito provo insofferenza verso gli allestimenti che finiscono per lasciare in secondo piano la musica ma, essendo già al secondo concerto di Caparezza, so bene che mi godrò ogni canzone e per di più mi divertirò un mondo. Al termine di “Giotto beat”, Capa recita un monologo sulla tristezza dell’artista e attacca “La mia parte intollerante” sullo sfondo di dipinti di Van Gogh e immagini di atelier, per poi eseguire un improbabile dipinto al cavalletto (“non è tanto diverso da quello che si vede in giro oggi”) che qualcuno si aggiudicherà alla fine del concerto. Poi prende a narrare l’episodio “che andrebbe insegnato nelle scuole”, ovvero la burla delle finte teste di Modigliani che è una delle cose che, insieme al ponce e al Vernacoliere, mi rendono orgogliosa delle mie origini labroniche. Il pezzo intitolato appunto “Teste di Modì” è uno dei più riusciti dell’ultimo album e, eseguito dal vivo, ci riversa addosso tutta la sua carica adrenalinica mentre ci godiamo il racconto tutto caparezziano dello storico scherzo, che si traduce in un invito a mettere in dubbio ogni certezza “con leggerezza… come un colibrì”. E non a caso i musicisti agitano le braccia indossando maschere da uccelli.

Segue la travolgente “Abiura di me”, che sembra fatta apposta per essere urlata a squarciagola da migliaia di persone, e si continua con “Canzone a metà”, durante la quale i mezzi volti di Capa e degli altri musicisti scorrono alle spalle del palco fino a lasciare il posto a panorami deserti. Spero che preannuncino “Eroe” e invece restiamo in zona MUSEICA con “Cover”. Poco male: si tratta di uno strepitoso calderone di citazioni da scovare in cui Capa racconta la propria storia a suon di copertine di dischi. Ed è a questo punto che il concerto decolla letteralmente. Fa il suo ingresso un pianoforte libro-antico che, insieme a un violoncello e a delicate percussioni, sostiene un momento di grande intimità e suggestione. Avvolto dal fumo che si solleva a poco a poco, con piglio profetico Capa declama “Non siete stato voi” e ogni frase, anche se già ascoltata centinaia di volte, arriva sempre come un pugno allo stomaco. Uno dei brani di più alta levatura civile, morale, artistica composti da questo guitto irresistibile. L’atto di accusa verso la classe politica è violentissimo nel suo incedere compassato, mette i brividi, fa salire le lacrime agli occhi. Gli stessi strumenti sono protagonisti di un altro brano introspettivo che ci riporta a MUSEICA. La ballad “China town” è una dichiarazione d’amore per la scrittura e infatti compare una penna gigante mentre il libro-pianoforte si apre a mostrare le sue pagine, creando una sorta di installazione splendida come la canzone.

Capa annuncia l’uscita dall’atmosfera malinconica e indica la luna come musa ispiratrice, tra gli altri, di Magritte, le cui opere prendono a scorrere sul maxischermo. Eccola, eccolo il capolavoro: un inno antirazzista insuperabile. Questa sì che andrebbe insegnata nelle scuole. “Vengo dalla luna” è un brano che, spiega Capa, non manca mai a nessun concerto. E lo credo bene. Un fiume di adrenalina ci costringe a muoverci, un fiume di parole demolisce con poetica ricercatezza e logica stringente qualsiasi pregiudizio su base etnica. Come Capa, e molti altri tra il pubblico, mi accorgo che sto andando su e giù come una molla. Credo fosse dall’86 che non staccavo i piedi da terra per saltare a un concerto.

Ho il fiato corto e mi rilasso su “Goodbye Malinconia”, dolente ritratto del nostro Paese originariamente interpretato in duo con Tony Hadley, cui segue uno spassoso siparietto con il pupazzo Kitaro a introdurre il brano omonimo, che Capa dedica a tutti i bambini presenti tra il pubblico e “nati in Giappone negli anni 60”. Alla presenza di due pupazzi semoventi (forse un’allusione al carnevale di Putignano) che rappresenterebbero la parte buona e cattiva del nostro, arriva un altro pezzo da novanta, “Vieni a ballare in Puglia”. Per l’intro che su disco è affidata ad Albano, una sfilza di metafore che assimilano la danza alla morte, viene richiesta la collaborazione del pubblico che ha qualche incertezza. “Apriamo il libro dei canti a pagina 3” dice Capa e dopo un po’ va meglio. Il prato diventa il piazzale di una festa paesana, mentre si balla prendendoci a braccetto e si canta sulle note di quest’altra straordinaria canzone “civile”, che dichiara l’amore per la Puglia mentre denuncia senza mezzi termini le morti sul lavoro e il disastro dell’ILVA. Così i pupazzi, buono e cattivo, vengono a incarnare anche le due facce della regione: la maschera indossata a beneficio dei turisti e il volto ben noto a chi vive in quelle terre.

Il concerto scivola verso la fine ed è il momento di mantenere la promessa, estraendo il numero del fortunato vincitore del quadro. Non posso portarmelo a casa, dice Capa, perché “Non me lo posso permettere”. I ritmi tzigani del secondo singolo tratto dall’album portano avanti l’atmosfera da festa di paese del pezzo precedente e durante l’esecuzione vengono presentati i musicisti e “coloro che non suonano ma ci permettono di suonare”. Capa li ringrazia proprio tutti, dalla scenografa al fonico, dal conducente del TIR al tour manager. Una finezza non da poco. “Fai da tela e lascia che la gente ti dipinga come può, come crede, come deve.”  Il bis si apre con il brano che preferisco dell’ultimo disco, la versione caparezziana dell’“Uno, nessuno, centomila”, la rammaricata accettazione del fatto che gli altri ci vedranno sempre a loro modo, dipingeranno la nostra identità su di noi come fossimo tele vuote. Capa ora indossa la maglietta di MUSEICA e canta “È troppo tardi ma non mi fermerò”, un ritornello che suona come una promessa. Magari. Ma siamo arrivati alla penultima canzone. E l’ultima reca in sé proprio la parola “fine”. “La fine di Gaia non arriverà” ma quella del concerto, ahimè sì. Torno a casa carica di elettricità, non ho sonno e metto su MUSEICA. Ho una gran voglia di prolungare l’esperienza. Il concerto è stato una bomba, chissà che alla fine non cambi idea anche sul disco.

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