CAKE (MI)

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cake CAKE (MI)

CAKE @ Circolo MAGNOLIA (MI) – 6 Luglio 2010 di Fabrizio Consoli

Correva l’anno 1991. La vita faceva schifo o nella migliore delle ipotesi non aveva senso, gli accordi erano tutti in minore per evitare accesi di immotivato ottimismo, i jeans sdruciti o rotti. Le camicie, quelle erano di flanella (ma anche d’estate?) ed i capelli lunghi e rigorosamente lisci.  E noi in provincia ci lamentavamo, segretamente compiaciuti, ululando assieme a Layne Staley e Kurt Cobain. Sempre nel 1991, in California a Sacramento debuttava una band che osava dispensare allegrezza e levità, appoggiate su ritmi upbeat e testi sardonici: signore e signori, ecco a voi i Cake. Sono passati ben vent’anni da allora. Spencer Elden, il bimbo che fluttuava nudo sulla copertina di Nevermind e’ maggiorenne e fuma, ed i ragazzini m’indispettiscono annuendo con ammirato rispetto quando racconto proprio dei Nirvana dal vivo a Roma, d’altro canto la stessa reazione che ebbi io di fronte a chi mi parlo’ di un live di Jimi Hendrix. Eppure i Cake sono ancora lì, sempre ad un passo dai riflettori di scena, sempre perfettamente fuori dallo zeitgeist, così meravigliosamente sereni e fuori moda. Un fuori moda che dopo due decadi ha guadagnato tutto il diritto di essere riconosciuto come un modo di essere a sé. “Showroom of Compassion” e’ l’ultimo lavoro della band, ed approda dopo sette anni dal precedente quinto album. E’ registrato a casa loro, a Sacramento, nel loro studio alimentato ad energia solare e da loro costruito, ed e’ pubblicato dalla loro etichetta discografica, la “Upbeat” (per l’appunto). Ed ha tutte le carte in regola per essere all’altezza delle aspettative. Non solo perche’ e’ il primo album dei Cake a raggiungere la vetta della Billboard Top 200 nella settimana di esordio, ma soprattutto perche’ e’ stato l’album che pur raggiungendo il primo posto, ha venduto meno copie nella storia della chart: un trionfo in pieno stile Cake. Il mio arrivo al Magnolia e’ tragico: il parcheggio e’ pieno all’inverosimile, e finisco per lasciare la macchina a un chilometro buono dal locale, con la certezza delle zanzare che mi scorteranno fino sotto al palco. Ma lì ecco il premio per il mio supplizio: l’attacco di Sad Songs and Walzes, voce e tromba, rispettivamente McCrea e DiFiore, vale a dire il cuore pulsante e l’anima originale dei Cake, gli unici della primissima formazione. Mc Crea e’ sereno e easy come ce lo aspettiamo, ed e’ chiaro fin da subito che non gliene puo’ fregare di meno di rispettare i tempi classici dei concerti, cose astruse ed inutili, tipo il bis. Parte cosi’ lo show che sara’ caratterizzato da diverse pause, la principale in pieno sapore calcistico, di una ventina di minuti a dividere il concerto in due tempi, guarda caso piu’ o meno da 45 minuti.  Ed alterna canzoni alle chiacchiere: all’inizio si dichiara contento della serata che passeremo assieme, e “it’s about time” – “era ora”, dice.  Piu’ avanti sara’ il momento dello sketch della pianta, a quanto pare parte integrante dello spettacolo e ripetuto in diverse gig – regala una pianta alla prima persona che ne indovina la specie, e le fa promettere che la trasporrà in terra. Un monologo di sapore sindacale, e il surreale monito “enjoy your healthcare” anticipano  Federal Funding. Verso la fine del concerto il cantante trova ancora il tempo di dare dell’ asshole a Cattelan per la statua in Piazza Affari, diciamo la sua libera traduzione in inglese di “opera controversa”. Il resto e’ semplicemente Cake, che chi conosce ha sempre apprezzato: McCrea e la sua lirica a cavallo tra cantato e parlato, la voce che in certi punti ricorda Lou Reed, i testi scanzonati e divertenti, il berretto da baseball sempre calcato sulla testa. Il contrappunto della tromba di DiFiore, quella melodia ulteriore cosi’ curata e voluta, a dialogare con canto e chitarra. Le due ore abbondanti assieme scorrono veloci, e nonostante personalmente io subisca l’alternanza musica/chiacchiera, a mio avviso colpevole di interrompere il flusso emotivo del live, il successo e’ evidente e decretato dall’effetto “piccione” sulla folla, che muove meccanicamente la testa avanti ed indietro a ritmo. Si chiude nel passato, con Short Skirt, Long Jacket, il cui giro di basso iniziale avrebbe fatto la felicita’ degli sceneggiatori di T.J. Hooker, a precedere la cover che ha contribuito alla loro fama ed al disappunto di Gloria Gaynor, I Will Survive.

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