BORN TO RUN. UNA CORSA CHE DURA DA 35 ANNI

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BORN TO RUN. UNA CORSA CHE DURA DA 35 ANNI

In questi giorni i media stanno celebrando il quarantesimo anniversario della morte di Jimi Hendrix, ma alla fine dello scorso agosto l’attenzione era incentrata su un’ altra importante, e meno triste, ricorrenza: il 25 agosto 1975, infatti, veniva pubblicato uno dei capolavori della storia del rock. Bruce Springsteen, allora scapigliato e barbuto venticinquenne di belle speranze, incideva “Born to run”, con l’ambizioso intento, da lui stesso dichiarato di “realizzare il più grande disco rock che si fosse mai ascoltato”. A festeggiare il trentacinquesimo compleanno dell’album, a fianco di articoli e servizi, è uscito per Arcana un saggio di Louis P. Masur, professore di Studi Americani al Trinity College di Hartford, Connecticut, intitolato “Runaway dream. Born to run e la visione americana di Bruce Springsteen”.

E’ un saggio godibile e interessante, che racconta nascita e sviluppo del disco, ne analizza i brani e che insiste sull’importanza cruciale dell’album non solo per Springsteen e le sue future fortune, ma per una generazione intera di giovani americani, che vivevano in un periodo storico somigliante in modo incredibile all’odierna realtà statunitense: un paese reduce dalla sfiancante e ingloriosa guerra del Vietnam, piegato dalla recessione economica dovuta alla crisi petrolifera del ’74 e alle prese con lo scandalo Watergate. I protagonisti delle canzoni di “Born to run” (Springsteen preciserà di essere “un cantautore, non un poeta”) sono operai, metalmeccanici, manovali, nullafacenti, prostitute, tutti alla ricerca di qualcosa, con una gran voglia di fuggire, di riscattarsi, di raggiungere il famoso “sogno americano”, che è sempre “runaway”, fuggente.

La canzone che apre il disco, “Thunder road”, forse una delle più belle di Springsteen in assoluto, finisce con dei versi che possiamo definire “manifesto” dell’album: “Salta su, è una città piena di perdenti e io me ne vado via di qui per vincere”, senza eroismi, solo con la voglia e la disperata impazienza di raggiungere un sogno. Un disco composto da otto brani (oltre alla già citata “Thunder road” e alla celeberrima title track ricordiamo “Backstreets” e “She’s the one”), otto storie di vita, otto piccoli racconti, con un inizio e una fine, una sorta di concept album in otto capitoli; stando sempre alle parole di Springsteen: “i temi che avrei affrontato per il resto della carriera hanno preso forma per la prima volta in Born to run”: insoddisfazione, disperazione, voglia di rivalsa, amore, speranza, libertà. Importante è anche la scelta per la copertina dell’album: Bruce appoggiato alla spalla del sassofonista Clarence “Big Man” Clemons, due amici, un bianco e un nero, un messaggio di uguaglianza razziale importante, in un’epoca in cui i gruppi musicali misti erano veramente molto pochi.

Se nell’ottobre del ’75 la presenza di Springsteen in contemporanea sulle copertine del Time e di Newsweek segnalava ai lettori la nascita di una nuova rock star, oggi l’attenzione dei media è su un piano diverso: oltre alla musica, l’interesse per la figura e la poetica del Boss si sta facendo sempre più rilevante, anche in Italia. Springsteen non è più solo una rock star, ma a partire proprio dalla pubblicazione di quel disco capolavoro è divenuto uno dei cantori più sinceri della sua America. Che la corsa possa continuare ancora a lungo!

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