BLONDE REDHEAD (MI)

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blonde BLONDE REDHEAD (MI)

BLONDE REDHEAD @ Carroponte, Sesto San Govanni – di F. Consoli

Giovedi 8 Settembre a Milano e’ Vogue Fashion Night, serata di shopping e mondanita’ diffusa, con il centro citta’ acchittato a festa, negozi aperti e tappeti rossi ovunque a dare la sensazione di essere al centro di chissa’ quale evento esclusivo e prestigioso. Ad animarla, migliaia di trampoliere da tacco a spillo si riversano in citta’, vestiti fascianti e passo traballante, teneramente sedotte dall’estremo tentativo architettato da riviste blasonate e case di moda, con la complicita’ del comune di Milano, per fare “girare” l’economia. Ma l’economia non e’ l’unica cosa a girare: ignaro della portata di questo gigantesco Truman Show dello shopping, divento mio malgrado anch’io spettatore di sfilate di giovani verso il centro che – a piedi – sorpassano me intrappolato in auto, letteralmente rapito da un traffico che neanche la festa di San Gennaro a Napoli. Desisto dunque dallo slancio ottimistico di cercare di raggiungere il mio appuntamento con amici, e scivolo inferocito verso nord, lasciandomi alle spalle il fragore dello struscio, via via inoltrandomi verso la periferia, e poi ancora oltre, verso Sesto San Giovanni. All’arrivo il Carroponte regala un’atmosfera serena e surreale, quasi la ricompensa per tutto il delirio subito fin li’, oltre che quanto di piu’ lontano dall’evento in corso a Milano. Una serata ancora calda di fine estate, bella musica di sottofondo, ragazzi e ragazze che chiacchierano in un’atmosfera allegra e rilassata, distribuiti tra amache e divanetti lungo il prato attrezzato per il concerto. E’ passato un anno esatto dall’ultima visita dei Blond Redhead in Italia. Una sorta di piccolo ritorno a casa per il trio i cui due terzi – Amedeo e Simone Pace – e’ originario proprio di Milano, nonostante abbiano vissuto principalmente a Toronto e New York. Assieme alla cantante giapponese Kazu Makino, voce e chitarra, il gruppo ha fatto della alterita’ culturale una delle loro caratteristiche fondanti. Non fanno segreto di sentire infatti il loro essere stranieri a New York, oltre che di origini cosi’ distanti tra loro, uno dei fulcri attorno a cui gravita l’essenza stessa della band. Sul finire degli anni novanta Blond Redhead era uno di quei gruppi dal suono sonico, esotico ed inusuale che infiammava gli ambienti indie, ed attorno a cui si aggrovigliavano i soliti tentativi di definirne le barriere di genere. Avant-pop, noise, no-wave, fino allo shoe-gaze, evocativa immagine che condensa l’atteggiamento di quei chitarristi che per via dei suoni carichi di effetti stanno con lo sguardo fisso a terra, come se si guardassero le scarpe. Piu’ o meno tutte definizioni rigettate dalla band, che pure con il loro percorso di suoni ruvidi ed acidi  alla “ricerca della bellezza in senso assoluto”, e’ sempre rimasta un buon rappresentante della musica di nicchia. E devo ammettere che fa un po’ specie percepirne l’atteggiamento estabilished e maturo di oggi. Con le loro camice bianche, con i loro capelli anch’essi oramai bianchi, con il loro atteggiamento un po’ supponente e un po’ distaccato, sintesi perfetta della vita nella grande mela. Lontani dalle asperita’ e dalla voluta scompostezza sonora degli inizi, i Blond Redhead hanno man mano preso le distanze dalle chitarre in favore di piu’ chete tastiere elettro-pop, in un percorso che culmina laddove in “Penny Sparkle” dominano armonie totalmente depurate di impeti, su cui si adagiano le voci della sensuale Kazu e di Amedeo. Lungi dal volermi accodare al coro di bocche storte che non perdonano alla band la svolta pop iniziata con “Misery is a Butterfly” e poi con “23”, credo che al Carroponte si sia assistito davvero ad un bel concerto, ben interpretato e sicuramente d’atmosfera, che ha spaziato tra brani nuovi e di album precedenti, senza tuttavia scavare troppo nel passato: Dr Strangeluv, Silently, Here Sometimes, Spring and by summer fall, 23, Falling man, per citarne alcuni. Nonostante il mio entusiasmo mal ricevuto dagli amici scettici, e’ chiaro che questo live e’ la perfetta rappresentazione del rito del passaggio avvenuto: e’ la camicia bianca dopo gli anfibi, la maturita’ e la freddezza calcolata di una produzione svedese fortemente voluta, estetica pop ed intuizione scandinava a ricacciare definitivamente indietro le spigolosita’ giovanili. Ripenso divertito a quando ho iniziato ad ascoltare Blonde Redhead verso la fine degli anni novanta, con l’uscita dell’album che li ha consacrati. Si intitolava “Fake can be just as good”, il finto puo’ essere altrettanto valido: e quale monito migliore per Milano stasera.

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