baustelle

baustelle BAUSTELLE

BAUSTELLE @ Teatro Europauditorium (17.03.2013)
di Francesca Del Moro

Atroce nel senso di bello. Così definirei il concerto di questa sera al teatro Europauditorium di Bologna. Una frase un po’ bizzarra, lo so, ma non è colpa mia. L’ha usata Francesco Bianconi a proposito di “Avec le temps”, il brano di Léo Ferré di cui ha offerto una toccante interpretazione in italiano, e io gliela rivolto contro, per vendicarmi dell’atroce bellezza con cui lui e i suoi ci hanno colpiti per circa due ore. Lo devo dire: ho pianto. E non per un momento di commozione, non per la durata di una canzone. Ma per interminabili minuti, cominciando con “L’aeroplano”, andando avanti con la cover appena citata, riprendendomi un attimo per arrivare quasi a singhiozzare con “Alfredo”. Mi era capitato altre volte, lo confesso, soprattutto al cinema, o all’opera, ma mai a un concerto. E per di più di musica leggera. Se poi la musica dei Baustelle possa essere definita in questo modo è tutto da discutere. Io so solo che fin dall’aprirsi del sipario, sulle note inquietanti di “Fantasma (titoli di testa)”, ho un peso indefinibile sul cuore.

Sarà stato tutto questo foscoliano passeggiare tra le tombe, il prendere le misure della vita avendo sempre la morte come punto di riferimento. Saranno stati questo continuo danzare con il suicidio (“La guerra è finita”, “Charlie fa surf”), le visioni apocalittiche tra Gaber e Morricone (“Maya colpisce ancora”, “L’estinzione della razza umana”), il “memento mori” che giganteggiava dietro i musicisti nella forma dell’immagine di copertina del disco. Il volto di una bambina con gli occhi chiusi adagiata a terra, con i capelli fiammeggianti frammisti alle penne di un merlo (una delle perle nere nella neve de “Il finale”) o, più probabilmente, di un corvo, magari quel “Corvo Joe” che indossa le tenebre come abiti. Ma se le guardi da lontano, le penne possono sembrare scarafaggi, rendendo l’immagine ancora più disturbante, come se gli insetti fossero pronti ad appropriarsi della carne morta della bambina.

“Senza morte non c’è vita”, come si dice nella vibrante murder ballad “Contà l’inverni”, e in questa frase sta forse il senso del concerto, nonché dell’ultimo concept album dei Baustelle. Un disco che in molti hanno salutato come un capolavoro e a cui altri hanno rimproverato un’eccessiva magniloquenza. Se è vero che, al primo ascolto, FANTASMA può risultare disorientante e pomposo, il concerto trasmette un’impressione completamente diversa. Spariti la ponderosa orchestra sinfonica e gli arrangiamenti sovraccarichi del disco, i dieci musicisti sul palco ci hanno regalato un’esperienza profondamente intima, grazie al risalto dato all’intreccio voce-piano (“Nessuno”, “Radioattività”) o voce-chitarra (“L’aeroplano”), ai rimandi di percussioni variegate e variopinte, tra cui spicca la marimba, ai momenti solenni affidati all’organo. Indimenticabile il flauto traverso a tratti trasognato, che si fa paradigma della caducità suonando come polvere soffiata via, e soprattutto la tromba magnifica che ora scava pozzi di malinconia (“Diorama”), ora prorompe in tripudi felliniani (“Cristina”) ora riporta alla mente le sigle dei cartoni animati giapponesi degli anni ’80 (“Maya colpisce ancora”). Emozionanti sono le due voci maschile e femminile, struggente e quasi lirica quella di Rachele, che ne “L’aeroplano” ti strappa via la pelle, e sempre più vicina a De André quella di Francesco, soprattutto in “Nessuno”. Del resto l’atmosfera è la stessa dell’ultimo tour teatrale di Faber, ma in certi momenti viene in mente anche il teatro-canzone di Giorgio Gaber.

Al centro dell’esperienza di stasera è il ripiegamento esistenziale dell’individuo posto di fronte all’effimero ma inestimabile valore del proprio vivere in un mondo che fa perdere il contatto con ciò che conta. Come avverte la voce meravigliosa di Rachele in “Monumentale”: “Quindi lascia perdere i dibattiti, la rete, i palinsesti per un giorno non studiare, non chattare, ma piuttosto stringi forte chi ti ama, fra le mute tombe del monumentale, non c’è Dio e non c’è male, solo vaga oscurità”. L’amore, la morte, l’assenza di Dio, l’oscurità che avvicina a se stessi. Sono temi universali, in cui si rischia di bruciarsi, cadendo nel banale. Ma i Baustelle si rivelano all’altezza dei propri obiettivi. Più che all’adorato Baudelaire, il concerto fa pensare al Leopardi della “Ginestra”, citata in “La Morte (non esiste più)”. Leopardi poeta grandioso e sincero, didascalico e commovente. Perfetta sintesi degli ossimori come sono i Baustelle. Che non di rado creano stranianti cortocircuiti semantici, raccontando un suicidio adolescenziale con uno sferzante ritmo pop (“La guerra è finita”), auspicando un’Apocalisse con una musica da b-movie catastrofico ne “L’estinzione della razza umana”, miscelando colonne sonore da film western e vocalizzi liturgici in “Fantasma (titoli di coda)” e infine ripensando in chiave romantica la super-hit “Charlie fa surf” (maledetta, continuo a canticchiarla) con l’inevitabile conseguenza di intonare “Andate a farvi fo-o-o-ttere” come fosse il più melenso dei “T’amerò per sempre”.

Non di rado i brani lasciano spazio a grandiose code strumentali che non sfumano ma avanzano in crescendo e si chiudono all’improvviso, come un tappo che chiude di colpo una bottiglia da cui schizzava fuori la bevanda. La cornice del teatro è l’ideale per apprezzare una musica come questa, con la dovuta concentrazione, complici le luci attentamente studiate che restano spesso fisse, perlopiù viola o dorate, e a volte saettano bianche, ipnotizzano con effetti stroboscopici o invitano all’introspezione imitando i raggi che filtrano dalle tapparelle.

“Andarsene per sempre. Andarsene da qui. Andarsene così”: sono i versi perfetti per congedarsi dopo un concerto intenso e a tratti straziante come un’opera pucciniana. E, mentre i musicisti salutano alla fine, tutto il pubblico si alza in piedi ad applaudire. Bello, davvero bello. Nel senso di atroce.

facebook BAUSTELLEtwitter BAUSTELLEgoogle BAUSTELLEtumblr BAUSTELLEemail BAUSTELLEpinterest BAUSTELLE