BAND OF HORSES

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BAND OF HORSES – 11 Febbraio @ Estragon – Bologna di Fabrizio Consoli

Venerdi 11 febbraio Bologna accoglie all’Estragon i Band of Horses, ignari l’una e gli altri che di li a pochi giorni saranno i Black Keys a stracciarne le speranze, aggiudicandosi il premio per il miglior “alternative album” ai Grammy Awards 2011. Ma davvero si parla ancora di “alternativo”? E si’ che credevo fosse una di quelle parole oramai svuotate di significato, impagliate e consegnate alle generazioni precedenti, cosi’ che si possano convincere che in fondo anche loro riescono a tenere ancora il passo con I tempi. Mamme e papa’ si consolino: non sono gli unici infatti ad essere arrivati a festa finita. La stessa nomination arriva solo al terzo album, probabilmente sul punto di flesso della loro produzione artistica. Dunque piu’ sull’onda lunga di un esordio mirabolante, Everything All the Time, e di Cear to Begin, secondo lp ancora succoso di validi pezzi folk, piuttosto che dell’ultimo disco, Infinite Arms. Come a dire che il premio se lo sarebbero meritati piu’ per la traiettoria tracciata negli anni che per quest’ultimo lavoro.

Anche se questa suona come la classica affermazione da onanista della musica, sulla falsariga del classico ed intramontabile “bello, ma preferivo i primi lavori”. E se anche la critica si concede il lusso di una presa di consapevolezza tardiva, sarà per la recente nomination, piu’ probabilmente per il loro cursus honorum, il locale bolognese tracima persone, e francamente la cosa coglie positivamente impreparati, dato che in fondo i Band of Horses suonano nell’orbita del country. La band rappresenta la sintesi perfetta del gruppo che ti aspetteresti essere il prodotto della vastità e dei boschi del grande continente americano con liriche folk, capelli lunghi, barbe incolte e jeans sdruciti, anche se le finora immancabili camicione di flanella sono state abbandonate. Anche lo scenario ricreato dalle foto di Christopher Wilson, proiettate in background, ci richiama alle suggestioni dei “great American outdoor” tra le due coste. L’unica cosa che fa difetto dunque e’ proprio l’origine del gruppo, dato che viene da Seattle. Dunque ci coccoliamo all’idea che le camicie a scacchi fossero in realta’ una sorta di tributo silenzioso al movimento Grunge, con cui i Band of Horses condividono non solo la provenienza, ma anche l’etichetta discografica, l’eroica Sub Pop. Accade spesso che un pubblico vasto porti ad una diluizione di intensita’ rispetto alle gig minori, davanti a manipoli di persone nella fase di emersione verso il successo: ma questo fa parte del gioco. Gli Horses ci tengono a dimostrare pero’ che il loro potenziale espressivo e’ anelastico alla dimensione della platea, e a Bologna ci omaggiano con un live strepitoso. Ben Bridwell, leader del gruppo, nonche’ unico della prima formazione sopravvissuto al feroce avvicendamento negli Horses, anche dal vivo volteggia a suo agio tra le vette dei toni acuti ed acutissimi, che mantiene con disinvoltura per tutto lo show. Non c’e’ dubbio, Band of Horses ci dimostra di essere una live-band di prim’ordine, capace di una varieta’ espressiva ad ampio spettro. Ci azzittiscono al loro ingresso intonando a due voci ed una chitarra Evening Kitchen, e da li per quasi due ore ci conducono per mano lungo tutta la gamma emotiva.

Ci cullano sulle note di Blue Beard, ci fanno cantare convinti “and why did we live so long?” con Cigarettes Wedding Bands ed infine ci emozionano con The Funeral, pezzo conclusivo, che loro stessi definiscono la loro “hit” di maggior successo. Band of Horses suona che e’ una bicicletta con la dinamo attaccata: incuranti del brivido di tutta la velocità possibile, c’e’ un senso di circolarità del ritmo, con gli occhi e l’attenzione puntante sul paesaggio che sfila. Catartiche le discese, quando le ballate cedono il passo a pezzi piu’ ritmati come NW Apartment o Laredo, e noi diamo libero sfogo ai piedi e muoviamo le teste all’unisono. Lascio l’Estragon trascinato per il coppino dall’amico Marco, assonnato e per nulla sedotto dalle lusinghe della musica che suona senza fretta di cacciarci (o del gin-tonic, che corrompe invece inevitabilmente me). Mi ospitera’ a Monghidoro, terra natale di Gianni Morandi. Che fine impietosa per una serata all’insegna della musica vera.

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