B3 – Placebo – EP

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B3 – Placebo – EP – Uscita: 12 ottobre 2012 – Etichetta: Universal

di Francesca Del Moro

Tracce:

1 – B3

2 – I Know You Want To Stop

3 – The Extra

4 – I.K.W.Y.L

5 – Time is Money

 

Nonostante la musica dei Placebo non mi abbia mai delusa, devo ammettere che mi sono accostata a questo EP con un certo timore. Avevo un brutto presentimento, come se dovesse trattarsi di una sorta di canto del cigno. Vedere i tre musicisti in veste di testimonial atteggiarsi a supereroi di fronte a una macchina per promuovere quella buffonata dei concerti gratuiti sponsorizzati dalla Mercedes mi aveva fatto pensare che ormai avessero smarrito il senso della decenza. Anche la partecipazione ai festival estivi era stata tutto sommato deludente: a tre anni dalla pubblicazione dell’ultimo album, la band tornava a calcare le scene senza proporre niente di nuovo, salvo un inedito e una cover. Ok, non ne hanno più voglia, mi sono detta preparandomi a comporre un epitaffio. E invece no: per l’ennesima volta mi sono ritrovata tra le mani un disco splendido, da cui non riesco più a staccarmi.

Gli elementi di novità consistono nel maggiore risalto dato a voce e pianoforte ma a sorprendere sono soprattutto i testi, che virano con decisione verso tematiche politiche, pur essendo leggibili anche in chiave esistenziale. Senza provare a dare una risposta definitiva, il disco sembra porre una domanda oggi più che mai cruciale: come reagire a una società iniqua e violenta? Con le parole o con la rivolta? O piuttosto, mettendo la testa sotto la sabbia? Una domanda che, con il suo carico di rabbia e insicurezza, rappresenta il nucleo tematico dell’EP.

Il disco si apre con un effetto noise creato da un riff di synth sporco che fa pensare all’avvio di una giostra da Luna Park. Comincia così la title-track, un pezzo electro-rock in perfetto stile Placebo. Immediatamente la giostra si libra sostenuta da un’esplosione di chitarre ed effetti elettronici per poi atterrare nella strofa e girare bassa fino a impennarsi nel ritornello. Inerpicandosi la voce spinge lo sguardo verso una sequenza di fuochi d’artificio, una ruota panoramica, un pallone che scoppia rovesciando una pioggia di stelle filanti e coriandoli. Il muro di chitarre che è un po’ la firma della band si presenta qui in una versione grunge stile Pearl Jam ma più larga ed elettronica mentre il riff di lead guitar chiude a scalare inserendo un elemento dissonante nel tripudio di energia positiva. È una specie di smorfia e ricorda le note finali della nenia composta da Gaslini che terrorizzava in “Profondo Rosso”. Il testo si incentra su una ricerca spirituale portata avanti con un linguaggio denso di richiami religiosi ed esoterici, in cui tuttavia sembra insinuarsi una sottile sfumatura ironica. Il titolo, “B3”, potrebbe alludere a una sorta di scissione in 3 dell’individuo (B è l’iniziale di Brian, come fanno intuire alcuni commenti rilasciati dall’autore): l’io, impegnato in un cammino di maturazione, è giunto a metà strada tra un “tu” che rappresenta la sua identità da superare, prigioniera di segreti e desideri, e un altro “tu” che consiste in una rinnovata natura più autentica e spirituale. Il pezzo si chiude con lo stesso effetto iniziale, e si scende dalla giostra. Ma è lecito aspettarsi che non sarà tutto un Luna Park.

Infatti, dopo la seconda traccia, una cover abbastanza inutile di “I Know You Want to Stop”, che si limita a irrobustire il punk dei Minxus, arriva “The Extra”, il pezzo forse più innovativo dell’intero disco. Si tratta di una dark ballad onirica in cui una parte strumentale piuttosto scarna lascia la ribalta alla voce che porta avanti un monologo shakespeariano. La batteria, gli effetti ritmici rimbombanti e un giro di basso e basso elettrico, cui in un secondo momento si aggiungono il piano e una seconda voce in sottofondo, creano nelle strofe il contesto di una stanza in penombra. Qui l’individuo dialoga con se stesso, sospeso tra l’urgenza di trovare le parole giuste da dire e scene di devastazioni e massacri che si affacciano come incubi nella sua mente. Ma è nel ponte armonico che il pezzo raggiunge il suo culmine, con la voce quasi a cappella che, accompagnata dai rimbombi più un noise effect esilissimo, domanda: “Se sono una comparsa nel film della mia vita, allora chi diavolo è il regista? Se sono una comparsa nel film della mia vita, per favore qualcuno spenga la telecamera”. Letteralmente le ultime parole “si spengono” per riprendere corpo nel ritornello che addolcisce la cupezza del brano grazie alla linea melodica del pianoforte e a synth che simulano campanellini celtici. “Insegnami a vivere”, ripete questa sorta di mantra-preghiera, e imparare sembra ancora possibile, non fosse che il pezzo termina con rimbombi grotteschi e un inquietante violino-sirena a ribaltare l’ultima frase pronunciata con una sorta di ghigno impercettibile: “Provo ogni giorno a dire qualcosa di profondo”.

Dunque è la violenza l’opzione che trionfa? Questo almeno sembrano suggerire il ritmo e il titolo del brano successivo, “I Know Where You Live”, che ci riporta indietro nel passato fino a “Evil Dildo”, la ghost track di WITHOUT YOU I AM NOTHING, un’orgia di chitarre culminante nelle reali minacce incise da uno stalker sulla segreteria telefonica di Brian Molko. La penultima traccia dell’EP è un pezzo dark rock altrettanto potente, che risente dell’influenza dei Cure e soprattutto dei Joy Division. È una sorta di “Insight” in versione accelerata, ansiogena, in cui la voce quasi ansimante si stabilizza nel ritornello che scandisce una discesa agli inferi stile Nick Cave and the Bad Seeds. Il testo, apertamente politico, si scaglia rabbiosamente contro potenti e attentatori, due facce della stessa entità malefica annidata nel cuore di ogni uomo. Il messaggio è sostanzialmente pacifista, nondimeno entra in cortocircuito con il ripetersi della frase minacciosa del titolo e con il torrente lavico di chitarre che alla fine esplodono come una bomba atomica lasciandoci strozzati dall’angoscia.

Ma il disco si chiude su una nota positiva, così come era iniziato. La strepitosa Time is Money sorge infatti come una lenta alba da contemplare dopo la notte tempestosa di “I Know Where You Live”. Il brano, che presenta un’inedita tendenza folk-rock, avanza secondo una progressione a gradini, amplificando e arricchendo di volta in volta il giro iniziale. Il primo passaggio si basa su un suono di chitarra ritmica cui si aggiungono la voce e una batteria molto semplice, mentre il secondo è ampliato da un pianoforte che ribatte gli stessi accordi accompagnato dal tamburello e da un effetto tipo onde sulla spiaggia. Nella terza parte aumentano sia la presenza sia il volume del pianoforte e i cori innalzano il canto solista fino all’esplosione in un inno da stadio. Il tutto intervallato da ponti armonici in cui il leader dei Placebo dà il meglio di sé partendo con una voce quasi impalpabile che aumenta a sua volta di intensità nei passaggi successivi. Questo crescendo e il ribattuto del pianoforte fanno pensare a una persona in marcia cui a poco a poco se ne aggiungono altre, sempre più numerose, fino a formare un corteo che affluisce in una piazza colorandola di bandiere. L’ultima sequenza del film “Hair”, a guerra finita, oppure una manifestazione pacifista, come quelle contro la guerra in Iraq che già avevano ispirato “Trigger Happy Hands”. Un’apertura alla speranza, alla mobilitazione pacifica? Non è detto, e infatti il testo, particolarmente criptico, sembra contraddire la solarità della musica, invertendo quanto avveniva nel brano precedente. Il primo verso riprende il titolo di una canzone degli Swans, “Time is Money (bastard)” e il tempo lascia il posto alla guerra e all’amore nelle strofe successive, che si chiudono invocando un Cristo più che mai contraddittorio. Ogni illusione sembra cadere: l’amore e la religione non valgono nulla, sono monetizzabili come il tempo che ci è dato da vivere. L’unica possibilità è ubriacarsi con una passione totalizzante, più erotica che sentimentale.

Le tre risposte possibili alla domanda cruciale del disco rimangono dunque aperte e con questo dilemma, ma con lo stesso trionfo di colori con cui era iniziato, si chiude l’EP. B3, che per me significa: bellissimo, bellissimo, bellissimo.

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