Architecture In Helsinki

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ARCHITECTURE IN HELSINKI @ Circolo Magnolia (MI) di Fabrizio Consoli
“Non c’e nulla da fare gli scandinavi hanno una marcia in più”. Lei e’ carina e bionda e mi urla i suoi commenti entusiasta e saltellante dopo due brani dall’inizio del concerto, martedì sera scorso al Circolo Magnolia. E non ha poi tutti i torti: alti, biondi e belli, e quando si tratta di divertirsi e di divertire, gli Architecture in Helsinki sanno dire la loro, poco importa il fatto che siano australiani. Si sa, l’apparenza proverbialmente inganna, e così i nomi: facile dunque dimenticare che in realtà i cinque, accantonate tavole da surf e canotte vengono da Melbourne.  Il gruppo e’ in Italia per due date, a Torino e poi a Milano, a presentare il loro quarto lavoro ‘Moment Bends’ ancora caldo di pubblicazione. Sono passati oltre quattro anni dall’uscita di ‘Places Like This’, il loro album precedente. E le distanze già presenti tra questi due lavori, si stratificano andando indietro fino ad ‘In Case we Die’. Distanze dicevamo, che si apprezzano a livello stilistico più che schiettamente temporale, ed a sette anni dalla nomination della associazione dei discografici australiani come miglior pubblicazione indipendente, azzarderei a dichiarare ufficialmente anacronistico l’appellativo di “indie”.  Accantonate bizzarrie e stranezze folk degli inizi, cosi come il fantomatico glockenspiel – una sorta di xilofono – spesso associato alla band, gli Architecture in Helsinki tornano in Italia con un lavoro in cui la parte pop ha decisamente preso corpo. Che faccia parte del classico processo di maturazione che gia’ ha ingrigito i capelli e reso inermi i suoni una volta graffianti e ribelli di tanti musicisti? Forse. Altrettanto vero che Kellie Sutherland dichiarava in tempi non sospetti di essere molto soddisfatta per un album nei cui “sonic landscapes” perdersi un po’.  Look mimetico-scandinavo a parte dunque, il live cui assistiamo a Milano e’ incentrato su un  synth-pop fortemente anni ottanta, dove l’elettronica ed il timbro levigato incalzano le precedenti atmosfere surreali. Come in Escapee, dove i suoni sono asciutti e rotondi, o in Contact High, il singolo/hit che Cameron Bird annuncia verso fine del concerto tra urla ed acclamazioni, cadenzatissimo e dalle tastiere iper-filtrate. E se la nuova direzione della band non fosse abbastanza trasparente,  la cover di “I’ve Been Thinking About You” dei LondonBeat acquieta gli ultimi dubbi. Intanto le teste ondeggiano ed i convenuti sotto al palco apprezzano, cantano e ballano. Se dunque la capriola pop di Moment Bends lascia il progetto orfano di quella parte di sperimentazione scarmigliata e divertita che tanto aveva eccitato gli animi con le produzioni precedenti, al concerto di Milano si sono colte delle piacevoli vibrazioni positive, una ventata di buon umore dal sentore decisamente estivo ed happy. Ed allora lasciamoci andare e balliamo, per una volta di pancia e non di testa, immersi in un clima da dancefloor anni ottanta. Che quasi mi pare di vederlo, il pavimento a quadratoni luminosi intermittenti.

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