ANIMAL COLLECTIVE (MI)

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animal ANIMAL COLLECTIVE (MI)
ANIMAL COLLECTIVE
MILANO ALCATRAZ 25 Maggio 2011

“Vieni stasera a cena da me? Cucino io” Ho vivido in mente il ricordo del racconto di un amico nordeuropeo, all’epoca imbranato conquistatore alle prime armi con il confronto interculturale da progetto Erasmus. Madrid, primavera inoltrata del 2002. Il biondo Birkenstock-munito e con maglietta nordica d’ordinanza – le meravigliose ed improbabili t-shirt sdrucite che tanto entusiasmano ed ispirano gli stilisti a cavallo delle Alpi – il biondo dicevamo, invaghitosi di una bellezza nostrana, decide di cimentarsi in cucina. Menu: pasta con la frutta. Mele e Kiwi principalmente. Superata l’alterigia culinaria che sopra ogni altra cosa ci unisce e ci rende nazione, il disorientamento provocato del concerto di Animal Collective di Milano e’ sembrato proprio questo: pasta con la frutta. L’attesa per il ritorno del quartetto prodigio di Baltimora era alta e percepibile, ed il pubblico quello delle grandi occasioni, certo riveduto e corretto in chiave alternative-indie. Già perché gli Animal Collective in dieci anni di storia hanno saputo tenere come minimo comun denominatore la capacita’ di stupire e di innovare, di scartare agilmente ogni tentativo di definizione, ogni imboscata di pubblico e critica che cercasse di intercettare la loro parabola artistica con una collocazione relativa. Ancora una volta, a distanza di due anni da “Merriweather Post Pavillion”, probabilmente l’album più accessibile della loro produzione, la band torna in formazione completa con un live-set composto quasi interamente da brani nuovi, la cui complessità stupisce e lascia perplessi allo stesso tempo, in una vortice di stravolgimento melodico che francamente da’ l’impressione che qualcosa di fondamentale sia stato lasciato indietro. “Sperimentale” e’ la parola che viene in aiuto in questi casi, la declinazione artistica dell’immunità’ che tutto sana e l’approdo sicuro da ogni sorta di imbarazzo. D’altro canto non riesco a non pensare che gli Animal Collective abbiano raggiunto un livello di sofisticatezza musicale tale da confondersi con sofisticazione, e non solo a livello verbale. Sara’ la naturalissima ed umana ricerca di conferma dei propri (pre)giudizi, ma l’impressione e’ stata che la perplessità in sala non fosse solamente mia: probabilmente attesa, e dunque disinnescata almeno in parte. Pasta con la frutta insomma. Ovvero la sensazione che diverse cose stessero accadendo contemporaneamente sul palco, tutte indubbiamente intriganti, senza che però si prendessero la briga di convergere a dialogare tra loro. Melodia e rumore, a tratti il mio disagio per i motivi che suonano in sottofondo, ben presenti ma divergenti, a inibire il trasporto completo nello stream principale. La radio dell’auto accanto che inquina il microclima sonoro del tuo abitacolo. Milano conferma dunque un dubbio che già ci tormentava: Avey Tare e compari hanno abbandonato il nostro mondo e sono saliti sugli alberi con lo slancio di creatività esplosiva ed esuberante dei primi album, e di fatto da allora non sono mai scesi. Nonostante tappe intermedie apparentemente ammiccanti verso una maturità sonora – intesa come normalizzazione – continuano a vivere in quella regione di confine tra gioco e sogno, laddove la musica e’ portata alle estreme conseguenze ed il cuore e’ in affanno a seguire la testa. I quattro folletti hanno musicato uno show d’avanguardia che vive di regole proprie e che rifiuta troppe domande. Una dimensione parallela e indisciplinata, senza dubbio frutto di un estro travolgente, un concerto appassionante a suo modo, curioso per alcuni versi, affascinante per altri. A patto che si creda al Bianconiglio, ovviamente.

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