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alma ALMAMEGRETTA LINGO

LIMELIGHT Dischi da riscoprire
ALMAMEGRETTA “LINGO”

‘Almamegretta significa anima migrante, tratto da un dialetto che sta a cavallo tra il tardo latino e gli inizi del volgare. Ci è piaciuto perché non è né italiano né dialetto e rispecchia fedelmente la nostra attitudine a saltellare da un punto all’altro del pianeta, alla ricerca delle radici profonde’. Formatisi nel 1991, gli Almamegretta si sono rivelati una delle storie più originali partorite dalla nostra musica. A caratterizzarli, una miscela di dub, funky, jungle e world music declinata secondo una formula inedita: da una parte, una marcata ascendenza regionale e locale; dall’altra, una sincera propensione all’internazionalismo e alla commistione di generi, che la band assorbe ed esprime poi in maniera del tutto inedita. La ‘scala verso il paradiso’ dei nostri è costituita da tre dischi, in sequenza “Animamigrante”, “Sanacore” e il protagonista di questo mese, “Lingo”. Un processo di raffinazione e limatura che li ha portati a realizzare un disco senza confini, liquido, seducente, refrattario a qualsiasi etichetta di genere. Prodotto e registrato a Londra e zeppo di ospiti illustri, “Lingo” è la perfetta fusione tra spiritualismo e carne, tra solidità delle radici e vocazione migrante: è la colonna sonora del ‘cittadino del mondo’, a casa ovunque si trovi eppure senza fissa dimora. In molti ricorderanno il disco per due suoi singoli. In primis, “Black Athena”, il pezzo forse più commerciale e marpione, figlio del melting pot londinese e delle teorie ‘azzardate ma affascinanti’ di Martin Bernal sulle ascendenze africane della civiltà europea, che Raiz proclama con ironia in una sorta di rap in napoletano, sostenuto dagli interventi di Dave Watts dei Fun-Da-Mental e dai bassi di Bill Laswell. In “Gramigna”, delle grida da muezzin squarciano il silenzio, e danno il la a melodie arabeggianti condite da una base dub accelerata e sospinta verso frequenze basse. Raiz dà sfogo al diritto personale di essere responsabili delle proprie scelte e di vivere la vita come più aggrada con melodie vocali tra le sue più belle di sempre, mentre D.Rad, fonico e factotum del gruppo, imperversa con samples ed effetti. Ma il midollo spinale del disco, quello che gli conferisce quella particolare atmosfera calda e magmatica, è nelle tracce centrali. Dal jungle ammaliante di “Rootz”, manifesto lirico del migrante (‘senza nomme e senza età, si me vuo’ a casa mia ll’aggio truvata ccà’) , attraversata da intermezzi trip-hop, passando per il dub più classico di “47″ fino ad arrivare ai momenti più elettronici e al contempo tribali di “Niñas”: basso e batteria martellanti a dettare il ritmo, folate e rasoiate di flauto, effetti e samples. Col trittico “Berberia”, “Fatmah” e “En-Sof” si entra nella sezione più spirituale dell’album. La prima è uno strumentale d’atmosfera, da tempesta di sabbia notturna, scandito dal basso fretless e da gorgoglii di synth che si avvolgono su sé stessi. “Fatmah” è un florilegio di scale arabe, in cui Raiz canta appassionatamente il tormento amoroso, appoggiandosi sugli splendidi arrangiamenti d’archi dei due Minieri, mentre “En-Sof” è forse il brano col testo più mistico. Ma il capolavoro del disco è probabilmente “Suonno”, danza della frenesia e convulsione urbana: imperterrita, trascinante e irresistibile. “Respiro” unisce una base à la Massive Attack a melodie a metà tra Medio Oriente e Mediterraneo, mentre gli ultimi solchi sono per il funky potenzialmente interminabile di “Fratelli”.  Miracolo di equilibrio e originalità: es ‘la lengua del alma, negro!’.

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