Album review “the King is dead” KILL YOUR BOYFRIEND

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Album review  ”the King is dead
KILL YOUR BOYFRIEND  Shyrec 2015

Ave KYB morituri vos salutant

L’impasto sonoro di questo nuovo disco dei KYB è colloidale, nervoso, sotterraneo, dominato dai vocalismi taglienti ed inquietanti di Matteo Scarpa, artista introverso e figura misteriosa, accompagnato dal fedele Tony Angeli, standup drummer minimale e di notevole impatto, in un contesto dove i soliti fraseggi da batterista comune sarebbero inutili.

074 250x187 Album review  the King is dead  KILL YOUR BOYFRIENDThe King is dead contiene otto tracce nere e maligne (una “death list” all’inizio di ogni lato), con una propensione all’isteria più decadente che ha portato i trevigiani ad essere una band molto richiesta non solo in territorio nazionale, grazie anche al ritorno di fiamma del genere electro-dark anni 80.

Band minimale dunque.Rock viscerale il loro. Un ascolto non proprio facile e immediato, per un pubblico esigente, ristretto ma agguerrito: il popolo del rock notturno gradirà sicuramente, così come i punkers in crisi d’identità e decadenti ispirati dalla street life

La forza magnetica contenuta nel loro essere elettronici, ai limiti più radicali della new wave, raccoglie le schegge del dark punk terminando in fase di partenza il viaggio di avvicinamento verso successi commerciali mediocri.

Sull’onda nuova, frastagliata, cattiva e aggressiva, i KYB vanno spesso sotto (per acclarata inconciliabilità con le esigenze della commerciabilità del prodotto musica) ma altrettanto spesso emergono per la loro unicità. Chiamatela new wave, postpunk, electrodark, neo industrial, fate un pò come cazzo vi pare, questo è materiale rock e gira molto bene sul piatto, abbassate solo un pò le luci nella stanza e il gioco sarà fatto. Questo disco è suonato con criterio e con capacità strumentali, con uno spessore d’ arrangiamenti e armonico notevole. Chitarre, tastiere e synths costruiscono lunghi lamenti elettrici su un fondo cupo, melmoso e ripetitivo di ritmi industriali compulsivi, di sintesi. Un album a tratti disturbante, inquieto, che lascia il segno. Un’ analisi di insieme, senza ricorrere ad esami autoptici troppo approfonditi, lunghi e noiosi, ci dice che Alan, Charles e Frank sono i pezzi di maggiore impatto. Ad occhio e croce testi e musiche raccontano di gente morta. Un disco per gli amanti avete capito di quale genere inutile girarci ancora attorno.

Devo essere sincero, non nutro particolare simpatia per i musicisti “presi in prestito” e per i turnisti in genere per una questione di genuinità del prodotto finito, ma queste sono pippe mie e soprattutto affari della band, che dal vivo comunque spacca; ancor meglio se accompagnata da visual e droghe di ogni genere.

Mi piacerebbe, in futuro, stringere tra le mani un loro 10″ (sei pezzi devastanti anche ballabili) in tiratura limitata, vinile bello spesso…a buon intenditore….

 

https://www.youtube.com/watch?v=Y52pTznYuWk

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