AFTERHOURS

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Live report altamente discutibile e innamorato: astenersi dalla lettura perditempo e aridi. Duemiladieci.  Granteatro Padova quando fuori non è ancora abbastanza caldo da esser primavera ma nemmeno troppo freddo da essere inverno. Seduti su sedie per lo più vestite da fantasmini neri. No, non siamo abituati a vedere seduti immobili nel silenzio di un applauso che inizia e mai finisce a sottolineare la presenza di Xabier Iriondo sul palco, chitarrista storico dei nostri ammutinato qualche anno fa per seguire progetti personali, alcuni di gusto davvero eclettico. Il live inizia con Manuel che recupera da “Il meraviglioso Tubetto” un pezzo e lo legge come un attore davanti a questo pubblico misto e impercettibile, al di sotto di questo palco lontano. Una stranezza di corpi uniti assieme di diversa natura: fan storici, silenziosi passanti, inutili curiosi. Certo il prezzo del biglietto faceva selezione. Tarantella all’inazione e Tutto fa un po’ male aprono la ferita d’un concerto nuovo fatto da una band rivisitata  che solo la presenza di Xabier ci fa sperare che siam tornati al passato, maledetti oh noi, nostalgici. E’ tutto un gioco di luci e di intrecci tra gli archi dei Gnuquartet, la batteria di Prette anch’essa malinconica ma di quella malinconia che strappa i vestiti ad una donna bella per lasciarla inerme. Esplode in uno show luminoso Musicista contabile facendoci comprendere che questa scaletta ci farà sudare, sempre seduti incollati scomodi su sedie malconcie travestite (male) dalle quali ci chiediamo se l’urlo di razionalità da Posso avere il tuo deserto più volte ripetuto, doloroso, non sia lo specchio del dolore di quest’anni, andati ormai. Seconda irruzione Emidio Mimì Clementi, si lo stesso Mimì citato in Bye Bye Bombay e le parole di “Donami una vacanza di pietra, senza memoria completa” e a questo punto non potete chiederci che non ci assalga il ricordo di Hai paura del buio. E provo schifo per l’esser vecchi dentro anche su senza finestra e desolazione quando si va a ripescare davvero nel fondo dei primi anni di cantato inglese dei milanesi. Entrate e uscite di Xabier e di Mimì costellano tutto il live come se vi fosse un commistione tra vecchio e nuovo, una metafora di quello che è questo concerto: arrangiamenti rinnovati, costruzioni iridescenti, parole d’altri tempi, persone anch’esse pescate dal passato e si lo sono anch’io, lo siamo anche noi, lo siete anche Voi. Tra le maglie vi è anche un continuo parlato, del reading, dei racconti delle storie ad introdurre i pezzi. Manuel, il pianoforte, Xabier, Mimì e Piccole Iene nell’immaginario collettivo di chi ti morsica da sotto, ti toglie la pelle e ride vedendoti morire perché sei tu il suo pasto. E’ davvero bagnato Oceano di gomma per chi ne sa le origini e il trittico successivo Il paese è reale con Manuel Agnelli e i Gnuquartet, Punto G e Varanasy baby introduce ad un momento intimo dapprima con Ritorno a casa, racconto interpretato dell’amore di Agnelli per la propria residenza Natale “è solo una stupida villetta con uno sputo di giardino, ma sarà la prima cosa che comprerò, quando sarò ricco”e poi con uno scambio emozionante di letture tra Emidio Clementi e lo stesso front man degli afterhours nella dimostrazione d’affetto tra se stessi, in uno scorcio di vita reale vissuta. I bis sono tre e si continua con Pelle, poi la canzone dedicata alla figlia Orchi e streghe ed poi di nuovo Iriondo, Manuel, Clementi e male in polvere. Ci pare che tutti gli altri spariscano perché questi tre riempiono il palco peggio che il sole accecante, e ci bruciano gli occhi. La gente sta male e il mio ruolo chiudono più di due ore di concerto intense con una musicalità lancinante e d’autore. Una faccia dissimile per i milanesi che si re inventano pescando nell’antico avVincendo il presente.

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