germi

germi AFTERHOURS   GERMI
LIMELIGHT di Eugenio Zazzara (Roma)

AFTERHOURS – GERMI

Accolto positivamente ma senza troppi clamori da pubblico e, soprattutto, discografici, Germi può a ben diritto essere considerato il disco della svolta musicale e artistica degli Afterhours. Benché non musicalmente vario, elaborato e di successo come Hai Paura del Buio?, l’esordio in lingua italiana del gruppo milanese sanciva la maggiore età del rock alternativo italiano. In linea con quanto fatto più o meno nello stesso periodo da altri importanti rappresentanti del panorama (penso ad esempio ai C.S.I. di Tabula Rasa Elettrificata), avviene il definitivo sdoganamento del rock italiano, che raggiunge finalmente una notorietà appropriata e si libera dall’insicurezza del sentirsi periferia del mondo musicale. Germi è una tappa fondamentale di questo processo. L’album nasce dalla trasformazione in italiano dei testi di alcuni brani del precedente Pop Kills Your Soul. Tutto inizia dal penultimo brano dell’album, la cover di Rino Gaetano di Mio Fratello è Figlio Unico. Inserita quasi per gioco alla fine di Pop Kills Your Soul quale unico brano cantato nella nostra lingua, il pezzo contiene già in nuce l’approccio stilistico utilizzato da Manuel Agnelli negli anni successivi, cioè la tecnica del cut-up, adottata dopo la lettura di un libro di Gysin e Burroughs sul tema. Quel brano servì da traino per tutta la restante fase di riscrittura di alcuni brani, che assunsero la forma che ancora oggi possiamo ascoltare. L’unione tra l’impatto rumoroso e potente delle musiche e le liriche enigmatiche ma poetiche crearono un ibrido inedito e stimolante, che andò a colmare un vuoto allora presente sulla scena italiana. L’incipit affidato alla traccia omonima dà già un’idea della nuova formula. Preceduta dall’intro stralunata ed elettrica di Nadir, Germi parte con la batteria galoppante di Giorgio Prette, cui fanno seguito tre accordi distortissimi e dissonanti nei quali la voce stravolta e urlante di Agnelli sguazza a proprio agio, assecondando la musica con frasi violente e taglienti (“Inocula il mio germe!” o “Forse se smetto di respirare se ne va via da sé”). In Plastilina è l’amore il tema portante: un testo scuro e tetro (“Poi viene settembre e non ho avuto il tempo, lo sento nel mio seme, seme nero e lento”) che accompagna una ballata nera, impreziosita dagli interventi del violino schizofrenico di Davide Rossi. È quindi il turno della celebre Dentro Marylin, uno dei brani in assoluto più toccanti ed emozionanti del gruppo, grazie anche alla prestazione vocale di Agnelli e alle liriche in cut-up ispirate ed evocative. Il ritornello, al grido di “E non mi accorgo che so respirare!” è un must della discografia della band milanese e del rock italiano tutto. La musica è perfettamente in linea col testo: esoterica, sospesa, con un violino superlativo e con un bridge noise che ricorda alcune delle seminali intuizioni degli Slint. Siete Proprio Dei Pulcini è forse, dopo Germi, il brano più immediato e violento del lotto: un pezzo grunge in piena regola, almeno nella sua prima parte, che poi sprofonda in una litania delirante, scandita dal refrain “Cosa vi può più interessare?”, perno dell’attacco spietato contro le nuove generazioni (tematica ripresa, ancora più felicemente, in Sui Giovani D’oggi Ci Scatarro Su). Segue l’apatica Giovane Coglione, sempre sullo stesso filone di una gioventù velleitaria e svogliata, che riprende le stralunatezze alla Beck di Truckdrivin’ Neighbors Downstairs. Un brano dalla notevole fortuna nei concerti è Ossigeno, riadattamento della Oxygen che troviamo nel disco precedente. Anche qui, si materializza nelle nostre orecchie una ballata malata e detonante, che affronta in maniera morbosa l’universo amoroso-relazionale. Importante sottolineare, qui come nel resto del disco, l’apporto fondamentale di Xabier Iriondo, sperimentatore spiazzante e personificazione, accanto a Manuel Agnelli, del lato più innovativo della band. La seguente Ho Tutto In Testa Ma Non Riesco a Dirlo è un eccellente strumentale, alienante e ispirato, mentre Strategie è un altro dei classici e cavalli di battaglia della band: una cavalcata sfrontata e diretta, in cui la tecnica gysoniana ispira un testo esplicito eppure criptico. Posso Avere Il Tuo Deserto? è un altro gioiello mefistofelico sulla noia e la passività: un riff tagliente, potenziato dal drumming fantasioso e dal basso metallico e martellante, accompagna un testo meno criptico degli altri e sempre spietato (“Sai ancora se vuoi? Hai volontà?” o il ritornello “E con l’abitudine ti spengon già, dando alla violenza la profondità”). A concludere l’album, la parodia sulla mediocrità di Pop (fortemente ispirata dai Dinosaur Jr. più melodici), la già citata Mio Fratello è Figlio Unico e la finale Porno Quando Non Sei Intorno, quasi bucolica e in controtendenza con l’irruenza tanto musicale come verbale delle tracce precedenti, per quanto la distorsione in lontananza e il rumorismo di fondo non concedano una conclusione conciliante. Nonostante gli anni passati, questa perla della discografia italiana non perde il suo smalto, non smette di invogliare all’ascolto e a suscitare nuove emozioni. Tellurica.

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