AFGHAN WINGS – GENTLEMEN

afgan

afgan AFGHAN WINGS   GENTLEMEN
THE AFGHAN WHIGS – GENTLEMEN

Anno: 1993 Etichetta: Elektra Records
di Eugenio Zazzara

Questa volta parliamo di outsider. O, per meglio dire, di qualcuno che ha fatto la parte del fratellino minore, magari inconsapevolmente meno considerato dei suoi fratelli maggiori, meno esposto, ma che, nella penombra, è riuscito comunque a realizzare qualcosa, a suo modo, di straordinario e di inedito. Un gruppo che potrebbe stare al grunge come i Van Der Graaf Generator stavano al progressive: gli esuli, i differenti, gli intellettuali; due gruppi guidati da leader dalla personalità prepotente ed esuberante che proponevano qualcosa che andava al di là di quanto sperimentato al contempo dai colleghi più blasonati e che si sarebbe presto trasformato in cliché. Come gli Screaming Trees del caro amico Lanegan, gli Afghan Whigs di Greg Dulli hanno solo sfiorato il boom commerciale, ma questo non gli ha impedito di seguire la loro corrente e sganciarsi dalla strada segnata. E di quale disco parlare se non di quel Gentlemen, precipitato della rabbia, della passione, della poesia e della ispirazione del gruppo di Cincinnati? Cadute per strada le pepite più grezze della furia hardcore degli esordi, Dulli e compagni presero alla lettera la massima per cui in medio stat virtus e riuscirono a fondere tra loro componenti musicali improbabili e impreviste: Gentlemen è una donna dalle maniere spicce e sfrontate, ma forte di una malia e di una capacità di seduzione magnetiche e morbose; veste da strada ma è di classe; parla poco ma sa quel che dice e, soprattutto, ha una voce forte, chiara, penetrante e irrefrenabile. If I Were Going si apre cupa e inquietante: si insinua sfacciatamente sotto pelle, ammalia e uccide come una mantide. E la voce di Dulli non fa che convogliare tutto questo, tra i toni quasi accorati del ritornello e le serpentine delle strofe. I colpi di tom e di rullante in lontananza annunciano tempesta: il clima è sul punto di cambiare radicalmente. Gentlemen è un colpo allo stomaco: il cantato di Dulli si fa gridato e graffiante, sempre sull’onda di un (auto)biografismo di tipo amoroso, seppur nelle sue declinazioni più controverse e tormentate. Musicalmente, la strofa è un teso sincopato, un funky rapido e tagliente, contrapposto al ritornello più classicamente grunge, ma nel senso laneganiano del termine. Una prestazione da applausi alla voce. In Be Sweet si abbassano i ritmi, ma le liriche rimangono fendenti (“Ladies, let me tell you about myself / I got a dick for brain / And my brain is gonna sell my ass out to you”): pur essendo un bel pezzo, rimane quasi schiacciato dal peso del gigante che ha alle spalle e di quello sul quale finisce per cozzare. Debonair è un funky conturbante spinto da un basso corposo, dalla chitarra sferragliante e dalla voce del cantante che, soprattutto nel ritornello, si fa rabbiosa e furente; la melodia del ritornello servirà da ispirazione a svariati gruppi, non ultimi i nostri Marlene Kuntz. In When We Two Parted fa invece capolino l’animo più intimista e soul della band, uno dei brani in cui Dulli dà il meglio di sé, con una doppia voce tra il sussurrato e l’accorato e delle liriche sincere e ispirate. A fare coppia con questo pezzo spicca I Keep Coming Back, con più di un pizzico di romanticismo in più: forse il brano più suggestivo e meglio interpretato da parte di Dulli che, per questa cover di Tyrone Davis, si fa un po’ crooner un po’ Motown, mentre un pervadente organo si staglia sullo sfondo, fungendo da sostegno per le volute del vocalist. Una dichiarazione d’amore, pura e semplice, impreziosita dall’interpretazione sincera e personale di Dulli. Con Fountain And Fairfax tornano sonorità più vicine al grunge, solo un tantino più sofisticate e colte; ma le grida strappaugola del ritornello lasciano poco adito a dubbi sulla visceralità del messaggio. What Jail Is Like contiene molti elementi che riconducono al noise-pop di band quali Dinosaur Jr., con la musica che suggerisce reminiscenze shoegaze, grazie a un wall of sound impattante nel ritornello. Con My Curse torniamo nel campo della ballata, stavolta con il contributo fondamentale di Marcy Mays degli Scrawl. A chiudere magistralmente il disco interviene Brother Woodrow/Closing Prayer: uno strumentale drammatico e potente, a metà tra Dirty Three e il solito Mark Lanegan. Una chiusura toccante e memorabile, degna di un capolavoro come Gentlemen.

facebook AFGHAN WINGS   GENTLEMENtwitter AFGHAN WINGS   GENTLEMENgoogle AFGHAN WINGS   GENTLEMENtumblr AFGHAN WINGS   GENTLEMENemail AFGHAN WINGS   GENTLEMENpinterest AFGHAN WINGS   GENTLEMEN